Luca Ward, tra doppiaggio e cinema. Napoli? “La città che non si arrende mai!”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – La sua voce ha fatto innamorare milioni di spettatori, ha dato anima a eroi hollywoodiani e a personaggi indimenticabili della televisione. Ma Luca Ward non è soltanto la voce del cinema, è la Voce. È un artista che attraversa i generi, dalla soap opera alle grandi produzioni internazionali, dal teatro al racconto scritto. In lui convivono il rigore del professionista e la passione del narratore, capace di trasformare ogni interpretazione in un segno riconoscibile.

Oggi Ward riflette non solo sulla sua carriera e sul futuro del doppiaggio, minacciato da velocità produttive e nuove tecnologie, ma anche sulla cultura italiana, sul cinema che fatica a rinnovarsi, e sulla necessità di punti di riferimento che sembrano ormai smarriti. Nel suo racconto emerge anche un legame profondo con Napoli, città che considera un simbolo di resilienza, capace di resistere dove altre realtà hanno ceduto.

È figlio d’arte, è nata una famiglia già con esperienza nel doppiaggio. Quanto l’ha aiutato questo nella formazione e nella crescita del suo personaggio?

In realtà mi ha aiutato soltanto perché portavo un nome importante. Ma poi, in trincea, ci andavo io. Nel doppiaggio siamo una vera casta di professionisti: o sei certificato o non entri. Non era affatto scontato che facessi questo mestiere. Anzi, ho provato altro: volevo fare il pilota, mestieri più “certificati”. Un bravo pilota è un bravo pilota; un attore può piacere a te, a tua madre e a tua nonna, ma è tutto molto opinabile”.

Ha un metodo di studio per i ruoli di doppiaggio?

“Ho iniziato a lavorare a tre anni nei grandi sceneggiati RAI, come attore bambino, e sono cresciuto nei teatri di posa. Non ho mai fatto accademia, non conosco il metodo Stanislavskij, ho imparato strada facendo. Se c’era un ruolo, mi arruolavo nella compagnia; altrimenti facevo il tecnico. Ho fatto di tutto pur di stare dietro le quinte e rubare con occhi e orecchie”.

Nella soap Cuore Selvaggio ha dato voce a un protagonista che ha fatto innamorare tante donne. Come vive il passaggio tra il doppiaggio televisivo e quello cinematografico?

“Non c’è tutta questa differenza: sono sempre attori, più o meno bravi e interessanti. Ho doppiato quasi duemila film e ne sono soddisfatto, soprattutto perché ho lavorato in un’epoca in cui il doppiaggio era davvero un’eccellenza. Oggi un po’ meno”.

Con l’avanzare delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, ha timori che la “voce digitale” possa sostituire o sminuire il lavoro del doppiatore umano?

“No. Il problema è che oggi si lavora sempre più in fretta e da soli. Prima eravamo in sala tutti insieme e ci sostenevamo a vicenda; i giovani imparavano osservando noi grandi professionisti. Io ho avuto accanto mostri sacri come Amendola, Maldesi, Savagnone. Oggi i ragazzi lavorano isolati e purtroppo non imparano davvero”.

Come vede il futuro del doppiaggio?

“Il doppiaggio ci sarà sempre, perché è complementare al mercato. Hanno provato a mandare i film solo in lingua originale, ma non funziona. Oggi si doppia in oltre sessanta Paesi: Francia, Germania, Spagna, Russia, Giappone, perfino i Paesi arabi. È comodo. Poi se uno vuole vedere il film in lingua originale, basta un click. Non sopporto i diktat di chi dice che “i film vanno visti solo in lingua originale”: spesso non parlano nemmeno l’inglese! Ognuno deve essere libero di scegliere”.

A proposito di libertà, cosa pensa della situazione a Gaza?

“È una situazione difficilissima che dura da più di ottant’anni. Clinton e Rabin erano arrivati vicini a una soluzione, poi Rabin fu ucciso e saltò tutto. Oggi non ci sono più figure politiche di statura internazionale come un tempo: leader come Kohl, Kissinger, Reagan, non esistono più. È un cane che si morde la coda. Io, da padre di tre figli, guardo quelle immagini e mi sento impotente. Con la guerra del Vietnam, la fine arrivò solo dopo 400 mila morti americani. Non vedo prospettive positive”.

Pensa che il doppiaggio, la voce, il teatro abbiano ancora oggi un ruolo centrale nella cultura popolare italiana? E cosa si dovrebbe fare per invertire la rotta?

“Certo, perché c’è il pubblico. Il teatro è vivo e oggi i teatri sono pieni, mentre il cinema soffre molto. Non ci sono più idee, i film si somigliano tutti, soprattutto quelli italiani. Rivoglio Sergio Leone, Bolognini, Zeffirelli… hanno impoverito un settore che era florido.

Dare spazio ai giovani, nuovi autori, nuovi registi, nuovi produttori. Un tempo c’erano produttori come Franco Cristaldi che rischiavano di persona. Oggi si producono film coi finanziamenti ministeriali: se va male, non importa, i soldi li hanno già presi. Negli anni ’80 e ’90 producevamo 500 film all’anno che giravano il mondo; oggi non ci riconosce più nessuno. Chiedi a un ragazzo di 18 anni chi è il suo attore italiano preferito: non sanno rispondere. Ai miei tempi, invece, gli attori italiani erano giganteschi”.

Ha mai avuto la sensazione che la tua voce possa “coprire” o distorcere involontariamente il lavoro dell’attore in originale?

“No, mai. Ho sempre rispettato il lavoro dell’attore sullo schermo. Se ho avuto il dubbio di aver sbagliato, ho rifatto subito”.

Ha ricevuto diversi riconoscimenti, quale premio senti davvero rappresenti un punto di svolta nella percezione del tuo lavoro?

“Uno solo conta davvero, quello del pubblico. Tutto il resto è secondario”.

Nel 2021 ha pubblicato il libro Il talento di essere nessuno. Come nasce l’idea?

“Non l’ho deciso io, ma Mondadori. Pensavo fosse uno scherzo quando mi hanno chiamato. Hanno visto che ero seguito da tanti giovani sui social e che non avevo haters (che io non definisco neanche odiatori, ride. n.d.r) . Mi hanno proposto di raccontare la mia vita, dura e piena di sacrifici, per i ragazzi. Ho perso mio padre presto, ho iniziato a lavorare a 13 anni. Così ho accettato, con l’aiuto di un giornalista”.

Qual è stata la sua emozione quando ha visto il suo primo lavoro finito?

“Il primo film da protagonista. Per anni avevo fatto piccoli ruoli, poi finalmente ho doppiato Eric Roberts in A 30 secondi dalla fine. Andai al cinema, mi ascoltai e pensai: “Forse si può fare”.

Interpreta anche diverse canzoni, tra cui quelle di Gigi D’Alessio, come mai questa scelta?

“Lo faccio per Radio Italia e ne ho registrate almeno quaranta. Molti testi di canzoni sono delle vere e proprie poesie, come quelle di D’Alessio e meritano di essere recitate”.

Tra i suoi progetti futuri, cosa bolle in pentola?

“Spero bolla la pace, perché non ne posso più di questa guerra. Vivo l’ansia dei miei figli che hanno paura leggendo di guerra atomica o mondiale. Parlano con troppa leggerezza. Tre anni fa, con l’Ucraina, mia figlia di 13 anni era terrorizzata. Speriamo che nessuno faccia sciocchezze”.

E tra i progetti artistici? C’è anche Napoli tra i progetti?

“Sto girando un film con Enrico Vanzina: non posso dire molto, ma sarà sorprendente. È il terzo che faccio con lui ed è davvero un grande signore del cinema. Porterò in tour anche il mio spettacolo Il talento di essere tutti e nessuno. Inoltre, ho in partenza vari doppiaggi: tra gli altri, Gerard Butler e Russell Crowe, che interpreterà Göring in Norimberga. Un ruolo straordinario. Anche Napoli è tra le città dove verrò per il mio spettacolo, a nove anni dissi a mio padre che: “è una città che non si arrende mai” e mi guardò stupido. È una città straordinaria”.

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