NAPOLI (Di Anna Calì) – Il tempo scorre, ma ci sono ricordi che non imparano mai a sbiadire e a volte la musica riesce a dirlo meglio di qualsiasi altra parola.
Quando l’orologio è senza tempo, perché sai che il tempo niente cambierà
Sono i versi di Orologio senza tempo, brano interpretato da Sal Da Vinci, che sembrano raccontare con precisione disarmante cosa significhi convivere con una perdita.
Il 17 marzo segna un mese dalla scomparsa di Vincenzo D’Agostino, uno dei parolieri più importanti della canzone napoletana e italiana. Un uomo che ha scritto parole capaci di attraversare generazioni e che ancora oggi continuano a vivere nelle voci degli artisti e nella memoria del pubblico.
Ma dietro il paroliere c’era soprattutto un padre, un uomo capace di trasformare ogni momento in leggerezza.
A un mese dalla sua scomparsa, Luigi D’Agostino ripercorre ricordi privati, aneddoti familiari e l’eredità artistica lasciata dal padre.
Il tre aprile ci sarebbe dovuta essere la serata al Palapartenope proprio per omaggiare Vincenzo D’Agostino, ma proprio in questi giorni avete deciso di annullare la serata.
“Sì, purtroppo lo abbiamo cancellato. È stata una decisione combattuta, lo dico sinceramente. Non ce la siamo sentita. Adesso valuteremo se magari in futuro fare qualcosa, perché sui social c’è una movimentazione di tante persone che in qualche modo si stanno anche ribellando a questa nostra decisione. Però per ora è così. Vediamo se più avanti riusciremo a organizzare qualcosa. Sicuramente faremo qualcosa, perché non mancherà l’occasione di omaggiare mio padre.
Guarda, la cosa più bella è proprio questa: il più grande successo di mio padre, al di là dei successi musicali, è che la gente del popolo lo amava davvero, come se fosse uno di famiglia. Le storie che lui scriveva erano le storie di tutti.
Nelle parole della gente sto percependo questo: un grande affetto. Sto percependo anche tanto dispiacere. C’è gente che mi ha detto che non vuole il rimborso dei biglietti, altri che mi hanno detto: “No, lo dovete fare, state sbagliando, tuo padre avrebbe voluto questo”. Però il momento è quello che è e non ce la sentiamo, non per altro.
Che momento state vivendo in famiglia?
“Il momento che stiamo vivendo è un momento molto di chiusura. In un certo senso ci siamo anche ritrovati come famiglia: con gli affetti, con le sorelle di mio padre, con le mie sorelle. Stiamo facendo molto “guscio” tra di noi.
Al di là di questo sto ricevendo tantissime manifestazioni di vicinanza, anche da persone che magari non sentivo da tempo. E questo mi fa davvero piacere. Poi puoi immaginare il mio stato d’animo, quindi non c’è nemmeno bisogno che lo racconti.
La cosa bellissima che ti dico, e in cui ci vedo un po’ mio padre, è quello che ha fatto Sal a Sanremo.
Lo ha ricordato sia la prima sera del Festival sia appena sceso dal palco. Per me è stata una cosa bellissima.
E tu non ci crederai: Sal ha vinto il Festival di Sanremo il 28 febbraio 2026… e io sono nato il 28 febbraio.
Io ci vedo anche la mano di papà. Al di là del fatto che Sal è un fuoriclasse e che il pezzo è meraviglioso, secondo me c’è anche un po’ dell’amore di papà.
Con Sal abbiamo parlato per tutto il Festival, ci scrivevamo. È stato carinissimo, mi ha sempre scritto. È una persona a cui voglio un bene dell’anima, una persona di famiglia. Merita tutto il successo che ha perché è uno che ha fatto la gavetta vera. È un artista con la A maiuscola.
La gente l’ha scoperto adesso con “Rossetto e caffè”, ma Sal ha una storia incredibile: ha fatto teatro per anni. Parliamo di un artista a 360 gradi.
Una delle mie canzoni preferite di Sal Da Vinci è proprio “Viento”. È una poesia. Credo e non è solo una mia opinione che sia il testo più bello che mio padre abbia scritto in lingua napoletana.
Ha pensato di scrivere un testo su suo padre e farlo cantare ad un big della musica napoletana?
“Questa è una domanda che mi fanno tutti. In realtà penso di no, e credo che non lo farò mai.
Per raccontare davvero mio padre non basterebbe una canzone: ci vorrebbe un libro. Non ne sarei capace.
Ti dico una frase: mio padre era una festa e senza di lui la festa non è più festa.
Dovrei fare una canzone allegra, perché papà era l’allegria personificata. Amava fare festa e prendere tutto con leggerezza. Questo era il suo segreto: non prendeva nulla troppo sul serio. Per lui tutto era un gioco.
Forse è stata anche la chiave del suo successo.
Papà ha fatto sette Festival di Sanremo come autore. È stato due volte direttore artistico del Festival di Castrocaro, nel 2005 e nel 2006 su Raiuno. Questa è una cosa che pochi ricordano.
E forse come ultima opera ha avuto il successo più grande della sua carriera: “Rossetto e caffè”.
È stato un successo planetario. È entrata nella classifica globale di Spotify, nella Top 50 mondiale. Parliamo di qualcosa che è andato oltre l’Italia.
La cosa bella è che qualche giorno fa “Rossetto e caffè” è rientrata nella Top 50 Italia ed è entrata virale in Lussemburgo, Belgio e Svizzera.
Qualcuno dice che è perché Sal ha vinto Sanremo. Forse sì, ma secondo me non è solo questo. Quella canzone è stata la ciliegina sulla torta della carriera di papà.
Io spero davvero che diventi un classico eterno.
Sai una cosa? È l’unica canzone di mio padre che riesco ad ascoltare adesso. Tutte le altre non riesco a sentirle, perché sto male. “Rossetto e caffè” invece mi mette gioia.
C’è un insegnamento umano che suo padre l’ha lasciato e che sente particolarmente oggi?
“Sì, essere sempre se stessi. Mio padre è sempre stato se stesso, non ha mai finto.
Era autentico anche nelle sue fragilità, una persona buona, che ha dato tutto agli altri.
Ti dico anche una cosa con sincerità: secondo me gli altri non hanno dato tanto a lui quanto lui ha dato agli altri. Però lui era contento così. Non portava rancore a nessuno.
Su questo io e lui siamo diversi: io sono più rancoroso. Lui invece no.
Il suo insegnamento più grande è stato questo: essere se stessi e dare sempre il bene”.
Ha scritto tantissimi testi napoletani ma non solo. Qual era il suo segreto?
“Il segreto era essere vero. Sembra una banalità, ma è la cosa più difficile.
Mio padre era vero. Il 95% di quello che scriveva era autobiografico.
Ci sono canzoni dedicate a mia madre, altre dedicate a storie che ha vissuto. La più famosa è “Annarè”. Era una storia reale della sua vita.
Il suo segreto era mettere la verità dentro le canzoni”.
Qual è l’eredità più grande che suo padre lascia alla musica?
“Il fatto che per tantissimi artisti, big e non big, mio padre sia stato un punto di riferimento.
Non era uno di quegli autori che si erano fermati al passato. Ha continuato a fare successi fino alla fine, anche con artisti giovani. Credo che tanti continueranno a chiedersi: “Come lo avrebbe scritto Vincenzo D’Agostino?”.
Quanto mancherà nel mondo della musica?
“A me, come persona, mancherà tantissimo. Artisticamente mancherà molto perché papà era geniale. Non lo dico per presunzione, ma era davvero geniale.
E poi chi ha avuto la fortuna di conoscerlo come amico o come persona di famiglia sa che era la festa fatta persona. Con lui non ci si annoiava mai.
Era anche molto comico. Passavi una serata con lui e piangevi dalle risate”.
Dopo la sua scomparsa è stata proposta una targa in suo onore al Consiglio comunale. Ha notizie?
“So che stanno procedendo e che ci sono varie proposte. In realtà se ne stanno occupando più le persone che lavorano con mia sorella. È tutto ancora prematuro. Serve tempo anche per noi figli per essere più lucidi”.
State pensando a iniziative per custodire i suoi scritti e la sua musica?
“Sì, stiamo pensando a diverse cose. Una cosa a cui penso molto è fare qualcosa per aiutare chi affronta la stessa battaglia che abbiamo affrontato noi.
Papà ha avuto la fortuna di essere assistito in tutto e per tutto. Non gli è mancato nulla. Ma non tutti hanno questa fortuna.
Oggi fare una risonanza o una TAC ha un costo. Chi ha una situazione lavorativa precaria spesso deve aspettare il sistema sanitario. Ho letto storie di persone che non hanno fatto in tempo a curarsi.
Vorrei fare qualcosa anche in questa direzione”.
Se dovessi raccontare tuo padre con una sola immagine?
“Un’immagine semplice: io e lui che ascoltiamo le nostre canzoni e le commentiamo insieme. Lui mi faceva sentire i suoi brani in anteprima e io facevo ascoltare a lui i miei. Il primo giudizio che cercava era il mio, e il primo giudizio che cercavo io era il suo: questa è l’immagine più bella”.
La cosa che le mancherà di più di suo padre, non come artista ma come papà?
“Le risate. Con lui si rideva sempre. Mio padre era come un film comico continuo. Anche nelle cose più semplici della vita quotidiana.
In 35 anni di vita non ho mai litigato con lui. Siamo sempre stati migliori amici”.
Perché il tempo passerà, come cantano i versi della canzone di Sal da Vinci, ma certe ferite non imparano mai davvero a guarire. E certe parole, come quelle di Vincenzo D’Agostino, continueranno a raccontarle nel tempo.















