NAPOLI (Di Anna Calì) – Ha le idee chiare, ma senza illusioni.
Manuel Mazia racconta il suo percorso a partire da La salita, il film diretto da Massimiliano Gallo, riflettendo su cosa significhi oggi “sapere cosa si vuole”.
Tra cinema e teatro, disciplina e istinto, emerge il ritratto di un giovane attore consapevole che il vero traguardo non è arrivare, ma continuare a cercare.
Nel film descrive Paolo come un ragazzo “fortunato” perché sa cosa vuole: quanto si riconosce in questa idea e quanto è difficile, oggi, avere questa chiarezza?
“Mi riconosco in parte in questa idea. Paolo è sicuramente un ragazzo fortunato perché ha una direzione, ma questo non significa avere tutto davvero chiaro.
Più che altro ha un’urgenza, un bisogno forte di andare verso qualcosa.
Oggi è difficile avere questa chiarezza, perché siamo circondati da tante possibilità e distrazioni. Spesso si confonde il voler fare qualcosa con il sapere davvero chi si è”.
Nel film il carcere resta quasi sullo sfondo: secondo lei questo approccio aiuta a raccontare meglio l’umanità dei personaggi?
“Secondo me aiuta molto. Il fatto che il carcere resti sullo sfondo permette di non cadere in una rappresentazione troppo didascalica, come magari siamo abituati a vedere in altre serie, come Mare Fuori.
Qui il discorso è diverso: non ti porta mai a giudicare davvero i ragazzi, perché non sai perché sono lì. Questo ti aiuta a vederli come persone, come ragazzi che possono sbagliare e che si ritrovano in un determinato contesto.
Tutto diventa più umano”.
Com’è lavorare con una figura come Massimiliano Gallo, che arriva da una forte tradizione teatrale e da una grande esperienza sul set?
“Lavorare con Massimiliano Gallo è stato, ed è tuttora, un privilegio. È davvero un maestro.
È stato forse il primo a credere in me, e per questo non smetterò mai di ringraziarlo.
Mi ha insegnato tanto e continua a farlo: io cerco sempre di “rubare” qualcosa osservandolo, sia sul palco che sul set.
Anche durante il film ho imparato molto, spesso semplicemente guardandolo lavorare”.
Gallo parla spesso di disciplina e rigore nel lavoro teatrale: quanto questo approccio ha influenzato anche il lavoro sul film?
“Tantissimo. Lui parla sempre di disciplina e rigore. Il talento è fondamentale, ma senza disciplina e una base solida non si può alzare il livello.
Credo che sia proprio questo che permette a un attore di crescere davvero: puoi avere tutto il talento che vuoi, ma senza una struttura dietro non riesci ad andare oltre”.
Parallelamente al cinema è impegnato anche a teatro: che differenze ha trovato tra il lavoro sul palco e quello sul set, soprattutto in un progetto come La salita?
“Teatro e cinema non sono così diversi: quello che cambia è la misura.
Al cinema tutto è più piccolo, più contenuto: anche un gesto minimo o un sospiro vengono catturati dalla macchina da presa.
A teatro, invece, bisogna amplificare, sia nei gesti che nella voce, perché tutto deve arrivare fino all’ultima fila.
Nel caso specifico de La salita, Massimiliano mi ha chiesto anche un approccio un po’ più teatrale.
La difficoltà è stata restare naturale anche nella teatralità, senza risultare finto.
Il pubblico se ne accorge subito se non sei vero.
Non significa aver vissuto davvero quelle emozioni, ma riuscire a restituirle in modo credibile.
Ho cercato di rendere tutto il più naturale possibile, anche nei gesti e nel linguaggio di Paolo, seguendo le sue indicazioni”.
Come immagina il suo percorso nei prossimi anni tra cinema e teatro?
“Per il momento non me lo immagino troppo.
Preferisco godermi il presente e quello che verrà, verrà.
Non voglio illudermi: senza falsa modestia, so che in questo lavoro oggi ci sei e domani chissà. Spero di poter continuare, perché è quello che amo fare, anche perché, sinceramente, non saprei fare altro”.
C’è un tipo di ruolo o una storia che sente particolarmente vicina e che vorrebbe raccontare in futuro?
“Mi piacerebbe interpretare un “cattivo”. Finora ho fatto spesso ruoli positivi o comici, quindi sarebbe bello mettermi alla prova con qualcosa di più drammatico.
Detto questo, per me la cosa più importante resta raccontare. Qualsiasi storia vale la pena essere raccontata, se alla base c’è un desiderio forte e autentico di farlo”.


















