NAPOLI (Di Anna Calì) – Ci sono amori che fanno giri immensi e poi ritornano. E poi ci sono quelli che non finiscono mai, capaci di attraversare il tempo, di oltrepassare assenze e silenzi, restando vivi nei gesti, nei ricordi e perfino nei segni che la vita lascia lungo il cammino.
È l’amore di un padre verso sua figlia, quello che continua a farsi sentire anche quando la voce sembra lontana.
Perché ci sono presenze che non smettono mai davvero di accompagnarci: si nascondono dietro una coincidenza, una data, una carezza invisibile del destino.
Ed è proprio il caso di Romina e Daniele Romano, che presenteranno il libro dedicato ad Antonio Romano il prossimo 27 maggio, unica data disponibile e, non a caso, giorno del compleanno di papà Antonio.
Un segnale che sa quasi di abbraccio. Di quelli che arrivano senza fare rumore ma che toccano l’anima.
Proprio come la radio, mezzo eterno e delicato, dedicato a chi possiede una sensibilità sopraffina, a chi riesce ancora ad emozionarsi ascoltando una voce attraversare il tempo.
E Antonio Romano quella voce l’ha custodita per una vita intera, trasformando la cultura napoletana, la canzone classica e la sua amata Napoli in una missione d’amore.
Di seguito l’intervista a Romina Romano, figlia di Antonio, che attraverso ricordi, emozioni e riflessioni restituisce il ritratto autentico di un uomo innamorato della sua terra e della sua cultura.
“Chillo nun era italiano, era napulitano” non è soltanto un titolo, ma quasi un manifesto identitario: che uomo era davvero Antonio Romano nella vita quotidiana, lontano dai riflettori?
“Antonio, mio padre era un uomo semplice, amava cucinare, fare la spesa, perdersi tra i suoi miliardi di libri, condividere tutto con la sua famiglia a cui era profondamente legato.
Amava gli animali, ne ha sempre avuto uno, e lo sport, con un debole per il suo amato Napoli che guardava dalla curva dello stadio con me oppure negli ultimi anni, dal divano di casa.
Un sognatore, uno degli ultimi romantici, un uomo con gli occhi e la purezza di un bambino”.
Nel libro emerge una Napoli vissuta, amata e difesa con ostinazione. Quanto ha inciso il legame viscerale di Antonio Romano con la sua terra nella sua ricerca sulla canzone classica napoletana?
“Totalmente direi! Gli piaceva spessa dire con orgoglio “sono nato a Piazza Mercato, la mia famiglia è napoletana in purezza da 4 generazioni”, e lui Napoli l’aveva vissuta totalmente per strada, attaccato a quei tram, a giocare con gli scugnizzi, a frequentare poi da adolescente ambienti musicali e culturali.
Era innamorato follemente della sua città e lo è stato fino alla fine, difendendo per come ha potuto tutta la bellezza di qualità che abbiamo espresso con una storia ricchissima, dall’arte in tutte le sue forme, alla tradizione culinaria e musicale”.
Il testo parla della canzone classica napoletana come di “un malato grave” che necessita di cure. Quali erano le paure più grandi di Antonio Romano rispetto al futuro di questo patrimonio culturale?
“Senza girarci attorno o dilungarmi, lui temeva che negli anni la canzone classica sarebbe diventato reperto per soli studiosi”.
Nel corso della sua vita, Antonio Romano ha attraversato epoche e trasformazioni musicali molto diverse. Secondo lei, cosa si è perso della vera anima della canzone napoletana e cosa invece si può ancora salvare?
“Si è persa un po’ di raffinatezza, di eleganza, di ricerca, di sperimentazione. In realtà sembra sia stato già tutto detto, ma non è così, la musica napoletana può essere ancora in evoluzione”.
Nel libro si percepisce anche un forte senso di responsabilità verso le nuove generazioni, crede che i giovani di oggi siano ancora capaci di innamorarsi della canzone classica napoletana?
“Sì, certo che è possibile! Io in realtà posso sembrare di parte, nel senso che a casa mia io e mio fratello siamo stati educati sin da bambini a questo, ma mi rendo conto che altrove può non accadere.
Anche su questo però mio padre, e se ne parla nel libro, suggeriva un intervento delle scuole con un’integrazione della lingua napoletana come materia di studio”.
La canzone napoletana ha fatto il giro del mondo con brani immortali come “’O sole mio”, “Torna a Surriento” e “Reginella”. Perché secondo lei questo patrimonio oggi rischia di essere più celebrato all’estero che nella sua stessa città?
“Partendo dal presupposto che il “nemo profeta in patria est” non è un modo di dire, ma una triste realtà, tutto ciò che ci appartiene spesso viene poco curato, trattato con sufficienza se non addirittura snobbato, si tende a dar maggior spazio e rilievo magari a prodotti esportati musica compresa.
All’estero invece questo sembra non accadere, la canzone napoletana viene spesso identificata come italiana, e quindi richiesta allo stesso modo”.
Questo libro porta anche la firma di Romina Romano: quant’è stato emotivamente importante trasformare i ricordi, gli studi e il pensiero di Antonio Romano in una testimonianza scritta destinata a restare nel tempo?
“È stato emotivamente molto impegnativo.
Sapevo bene quanto del suo tempo e della sua energia ci fosse dietro tutto questo.
Nell’ultimo anno di vita mio padre era spesso stanco, non perfettamente in salute, ma era stimolato da un paio di progetti da portare a termine, uno era terminare questo scritto e l’altro era festeggiare i 50 anni di attività radiofonica.
Non c’è riuscito, ma lo abbiamo fatto noi figli con tanto amore e rispetto. Ad oggi sono molto contenta a conferma che alcune cose possono diventare in un certo senso una continuazione coerente”.
Alla presentazione del libro parteciperanno artisti e studiosi legati profondamente alla tradizione napoletana, segno di quanto Antonio Romano fosse stimato nel settore. Che eredità umana e culturale lascia oggi a chi continua a difendere la canzone classica napoletana?
“Credo di essere obiettiva nel dire che la sua umanità sia sempre stata avanti a tutto il resto, ha incoraggiato in tutti i modi possibili giovani emergenti, li ha spronati a proseguire con passione, a insistere, a non perdersi mai d’animo, è stato spesso una spalla, un faro e una guida, non dimenticando mai gli artisti già affermati.
Tra conferenze stampa sulle proiezioni future per la canzone classica napoletana, un’associazione no profit che si batteva a tutela di questo patrimonio, concerti, diffusione radio, ha tenuto aperto ogni canale”.
Se Antonio Romano oggi potesse rivolgere un ultimo messaggio a Napoli e ai napoletani, quale pensa sarebbe il suo appello più urgente?
“La napoletanità come modo di essere, di vivere, esaltando le qualità che possediamo, l’estro, la creatività, quella furbizia usata però per cause buone, possono essere quella marcia in più.
Chi vive bene qua e si esprime come si deve, può eccellere in qualsiasi altra parte del mondo. Più napoletani dunque, che napolesi!”


















