L’inerzia è una condizione mentale ma soprattutto fisica che il più delle volte il nostro corpo subisce. In particolar modo, oggigiorno, essa appartiene a una grande fetta della popolazione. Tutti molto resti nel dover affrontare situazioni nuove e ad apporre dei cambiamenti che potrebbero andare a trasformare, anche in maniera positiva la nostra vita e la nostra routine. Questa condizione è dettata non soltanto dall’andamento di come si sta vivendo, ma sicuramente causata ancora dagli anni del lockdown che con estrema fatica tendiamo a voler dimenticare. Ed è forse, proprio durante il Covid e durante i mesi di chiusura totale che la maggior parte ha iniziato ad avvertire questo status mentale e fisico. Il più delle volte, la maggior parte delle persone tende a restare statici anziché provare a fare il passo più lungo della gamba. L’inerzia è un sentimento e il più delle volte esso può diventare invalidante, perché va a creare una bolla che col passare del tempo diventerà sempre più difficile dover far scoppiare. Ed è d’inerzia che ci parla l’autrice Mariagrazia Spadaro Novella con il suo primo lavoro editoriale dal titolo “Moti d’inerzia”. In questo romanzo la scrittrice decide di porre l’attenzione e l’accento non soltanto sull’inerzia ma anche su tematiche come l’amore, il lutto, ma anche le solitudini. L’inerzia viene descritta in maniera molto chiara e semplice attraverso gli sguardi e i pensieri dei personaggi che, proveranno comunque in qualche maniera a venire fuori da questa condizione mentale. Tutti i personaggi si ritroveranno, infatti, a porsi una domanda ben specifica: “Ho del talento?” e sia gli uomini che le donne verranno tormentati da un forte senso di  inadeguatezza e dalla paura di fallire nella loro vita. Ma fino a che punto la paura di fallire o di non raggiungere un obiettivo può influenzare la nostra vita e farci perdere di vista tutte le cose belle che ci circondano? In fondo, non è la vita stessa un rischio?

Dott.ssa Spadaro “Moti d’inerzia”, romanzo d’esordio. Come nasce l’idea e soprattutto in che momento della sua vita ha deciso di dedicarsi alla scrittura

“Potrei dire che ho sempre scritto, fin da quando ho imparato a farlo, e sarebbe la verità: da bambina scrivevo su “quaderni segreti” chiusi da un lucchetto (erano molto di moda negli anni ’70 e ’80) poi su taccuini dalla copertina rigorosamente nera tenuti sempre in borsa (anche adesso). Arrivata a mille notes ho smesso di contare… scrivevo per me stessa, a volte raccontando ciò che mi accadeva altre immaginando “futuri diversi”, storie “alternative” mie e di altri. Ma c’è un momento esatto in cui ho desiderato scrivere, proprio questo libro, e farlo per “essere letta”. Era l’8 marzo del 2020, avevo convinto alcune amiche ad andare ad ascoltare un mio compagno di classe delle elementari che si esibiva con il suo gruppo musicale in un locale seminterrato a Roma, in zona Prenestina. Musica country quindi abbigliamento da cowgirl: indossavo il mio vestitino blu a fiori giallo (ormai un portafortuna), stivali e un vero cappello western comprato a Durango. Fuori c’erano due macchine della Polizia e dentro bellissima musica. Fra una canzone e l’altra Claudio era venuto spesso a chiederci se ci piacesse il concerto, se la birra fosse buona… se l’hamburger cucinato bene … insomma, si vedeva che era felice che io, abituata a vederlo al banco del piccolo ufficio di scuola guida sulla Tiburtina, dove lavorava di giorno, fossi lì, a battergli le mani con vera gioia e sincero entusiasmo. Ho cominciato a scrivere di lui quella sera stessa, della sua passione, del suo talento, del mondo fantastico in cui mi aveva fatta entrare: quello delle possibilità, del “futuro alternativo”. Fu l’ultimo spettacolo che vidi, per un interminabile e terribile tempo, perché il giorno dopo venne decretato il lockdown”.

Nel suo testo è presente una profonda riflessione sull’essere artisti oggi. Chi è un artista secondo lei? Lei si reputa tale? Artista, secondo lei, si nasce o si può anche diventare?

“La domanda è semplicemente meravigliosa quindi spero che non deludente sarà la risposta. Ho ascoltato di recente un’ intervista a Federico Fellini che con grande naturalezza afferma che l’artista “è uno normale, che non si rende conto e che vive nel suo mondo ma che a volte riesce a farci entrare un altro”. Ecco, io sono perfettamente d’accordo con lui. Quando due anni fa sono entrata a Palazzo Ducale a Venezia per vedere la mostra di Anselm Kiefer sono entrata nel mondo dell’artista, ho vissuto il suo orrore di bambino durante la Seconda guerra mondiale e ho sentito addosso la puzza della polvere da sparo e dei cadaveri in decomposizione. Per me dare una definizione di “arte” è come concettualizzare la parola “amore”: impossibile da descrivere … però quando incontri entrambi te ne accorgi eccome! No, io non sono affatto un’artista, solo un semplice artigiano che prova a “fare cose” come quando in cantiere gli operai dicono “’architè lascia fa che nun se po’ fa”… invece poi a volte si può fare… Non so se artisti si nasca o si diventi, però, come si narra abbia detto Einstein, il genio è composto da un 1% di talento e il restante 99% di applicazione e duro esercizio…quindi, forse, è proprio quella “possibilità” che tiene viva la speranza dei personaggi del libro di arrivare al successo”.

Ogni storia del suo romanzo è interconnessa con le altre. La struttura è fra il romanzo e la raccolta di racconti, come le è venuta quest’idea e perché?

“Si è così, i personaggi sono interconnessi e la storia praticamente unica, lo si capisce già al secondo capitolo. Nella prima stesura c’era una vera e propria storia di amicizia, tipo “conglomerato cementizio”, raccontata con una prefazione, una postfazione e degli intermezzi fra i capitoli che legavano ancora di più i rapporti fra i personaggi, alcuni dei quali non erano più in vita (ma si scopriva solo alla fine). Un amico colto e intelligente, ovviamente “artista”, mi consigliò la lettura del capolavoro “Le Onde” di Virginia Woolf: atto fatale che aprì in me un baratro di inadeguatezza tale da farmi “rivedere” e “ripensare” tutto il libro fino a portarmi alla stesura per com’è ora”.

Com’è nata l’idea di un titolo così particolare e che significato ha rispetto alle storie raccontate?

“Il libro si intitolava “Solo Artisti”. Con questo titolo è stato depositato alla SIAE e inviato al Concorso “Italo Calvino” lo scorso ottobre. Poi, una sera di fine novembre 2023, all’uscita da un teatro, l’uomo che avevo iniziato a frequentare e che mi piaceva tanto, dopo aveva letto il manoscritto mi disse: “il titolo è debole e riduttivo rispetto ai temi che racconta il libro ma soprattutto non evoca la personalità dei protagonisti, che si muovono e si affannano e lottano … ma stanno sempre allo stesso punto”. E così, dopo due ore di brainstorming davanti a una birra rossa, nacque il titolo “Moti d’Inerzia” … e pure il nostro amore”.

A quale dei personaggi del libro lei tiene di più e qual è invece quello che ha fatto fatica a stare tra le “righe”?

“I personaggi del mio libro non sono mai stati “fra le righe” … loro hanno vissuto con me per quattro anni, mi hanno fatto compagnia durante le interminabili notti insonni mentre aspettavo che dall’ospedale mi dessero notizie di mia madre, mentre mio figlio diventava grande e andava via da casa, mentre riflettevo su come far montare in cantiere una parete vetrata pesante 150 kg/mq senza bucare il marmo del pavimento.  Ho immaginato tutto di loro, anche ciò che non ho scritto: so esattamente in che posizione dormono, se rosicchiano le unghie, che numero calzano di scarpe e quale sia il loro colore preferito. In questi anni sono diventati i miei migliori amici. Ho iniziato a vivere con loro, volergli bene nei teatri occupati, nei garage allestiti a gallerie d’arte, nelle piazze di paese e ovunque venisse rappresentata una qualsiasi “forma di spettacolo artistico”. Un giovane uomo che realizzava sculture in paglia e vinavil un giorno mi disse: “Mi guardi come se mi stessi studiando” – “Si” gli risposi “ma non ti studio, ti immagino soltanto, poi metto da parte tutti pensieri per quando potrò trascriverli” – “Sei strana” rispose affatto convinto. Ora che si trovano nel mio libro li amo tutti allo stesso modo e non potrei mai sceglierne uno “preferito” o in cui mi identifico”.

Un romanzo che va a porre l’attenzione anche su tematiche come: allucinazioni, pazzia, lutti e amori. Come mai la scelta di affrontare questi temi e qual è quello a cui è più legata?

“In realtà credo che il tema sia uno soltanto: l’incapacità di vivere pienamente, il senso di inadeguatezza, la paura di “essere sbagliati” che hanno tutti i personaggi del libro. Più scrivevo più mi rendevo conto che loro erano diventati i traumi che avevano vissuto, per questo non potevano credere in loro stessi, non avevano più possibilità. Ecco, a questo argomento sono molto legata, alla “possibilità” … forse è davvero questo il tema del libro: “la possibilità” di essere artisti… di essere noi stessi…di essere felici”.

Ha in mente di scrivere un altro romanzo? Se sì, su che tematica?

“Oh si, certamente, sto già scrivendo quella che potrebbe essere la storia di una famiglia, i luoghi della segheria di marmi di Compare Peppino, Cavaliere del Lavoro, distintosi nella campagna italiana in Libia nel 1911, fiero delle medaglie e del grammofono che aveva portato a casa. Ma soprattutto dei soldi con i quali al termine della Prima guerra mondiale aveva acquistato il terreno e comprato le attrezzature per realizzare lo stabilimento che dava lavoro a tutto il paese, Comiso, in provincia di Ragusa. Oltre cinquant’anni di storia siciliana, fra resistenza, democrazia e mafia, visti con gli occhi della bambina che trascorreva tutte le estati nella masseria dei nonni, incantata a osservare le parti alte dei macchinari che tagliavano le grandi lastre sollevando lame bagnate d’acqua, che diventava colorata, perché i marmi venivano dalla Spagna ed erano di varie tonalità di verde. “La dissolvenza dell’acqua” potrebbe essere il titolo”.

Domenica 16 giugno ci sarà la prima presentazione a Roma. Come si sta preparando a questo grande evento? Come si sente e cosa si aspetta dal pubblico?

“Sono terrorizzata, vorrei dissolvermi come polvere… no, non ero preparata a tutto questo, sto vivendo un sogno: attori professionisti leggeranno brani del mio libro che, recitati da loro, sembrano davvero belli. Vorrei tanto che i lettori amassero questo libro perché per scriverlo sono arrivata a voragini così profonde che non sapevo di avere. Perché ho capito come si sente chi vive su un palcoscenico: appena sceso è tutto sudato, emozionato, ha gli occhi lucidi e felici e profondi come una betoniera vuota.  Appena vede il suo pubblico chiede: “ti è piaciuto lo spettacolo?”. Così, una domanda semplice ma anche molto complicata perché c’è in gioco tanto per lui, perché chi si esibisce in realtà mette in scena sé stesso, si offre al suo pubblico, scoperto e vulnerabile e non c’è niente di più complicato che sopravvivere, ogni volta”.

A chi dedica il suo libro e perché?

“Il mio Editore Fabio Croce, uomo intelligente e sincero, mi ha detto che al primo libro è da presuntuosi fare dediche e ringraziamenti… così, siccome mi fido molto di lui, ho inserito solo due nomi “A Mariastella e Carmelo” … Loro erano i miei genitori, mi hanno resa molto infelice in periodi e modi diversi per tutta la vita… ma sto tentando di perdonare loro e me stessa. Forse ci riesco”.

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