NAPOLI (Di Anna Calì) – “Il teatro Sannazaro non c’è più” è una frase che pesa come cenere. Ma può e deve essere una frase provvisoria. La storia di Napoli insegna che dalle macerie si può rinascere. Che la cultura, quando è radicata nel tessuto profondo di una comunità, trova sempre il modo di tornare a parlare. Come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri, anche un teatro può trasformare la distruzione in nuova vita, se una città decide di crederci davvero.
Il Teatro Sannazaro non è stato soltanto un edificio colpito dal fuoco. È stato ed è una casa della parola, un presidio culturale e un laboratorio di identità. Un luogo in cui la tradizione della drammaturgia napoletana ha dialogato con la contemporaneità, in cui il passato non è mai stato museo ma materia viva.
Al Sannazaro la città si è riconosciuta nei propri accenti, nelle proprie ironie e nelle proprie contraddizioni. È stato il palcoscenico per artisti affermati e spazio di crescita per nuove generazioni.
È stato il teatro come rito collettivo: platea e scena unite da un filo invisibile fatto di emozione, riflessione, appartenenza.
Un incendio distrugge in poche ore ciò che è stato costruito in decenni. Ma ciò che brucia davvero non sono soltanto arredi, quinte e sipari. A bruciare è una parte di memoria condivisa, il lavoro silenzioso di tecnici e maestranze e la fatica quotidiana di chi ha custodito quella fiamma culturale che oggi appare soffocata dal fumo.
Eppure, proprio nell’immagine della cenere si nasconde il senso di questo momento. La fenice non rinasce per caso: rinasce perché è nella sua natura. Così Napoli, quando viene ferita, trova nella propria identità la forza di rialzarsi.
La macchina della solidarietà deve entrare nel vivo, perché non bastano i messaggi di solidarietà e le dichiarazioni di circostanza; tutto questo deve tradursi in impegni chiari, in fondi stanziati, in tempi certi per la messa in sicurezza e la ricostruzione. Deve diventare un patto pubblico tra istituzioni, mondo della cultura, imprenditoria e cittadini.
E in questa risposta collettiva un ruolo decisivo potrebbero averlo anche gli altri teatri cittadini. Sarebbe bello, e sarebbe un segnale potente, se i palcoscenici di Napoli scegliessero di accogliere, almeno temporaneamente, il cartellone che era previsto al Sannazaro e che l’incendio ha bruscamente interrotto. Sarebbe un gesto di comunità artistica, un modo concreto per non lasciare soli chi c’è alla spalle del teatro di Chiaia.
Immaginare che gli spettacoli già programmati possano trovare spazio altrove significherebbe affermare un principio semplice: il teatro non si spegne con un edificio. Il teatro vive nelle relazioni, nella rete, nella solidarietà tra istituzioni culturali e sarebbe la dimostrazione che la città sa fare sistema quando uno dei suoi presìdi viene colpito.
Ricostruire il Sannazaro non sarà soltanto un’operazione edilizia. Sarà un atto simbolico e civile, la prova che la cultura non è un orpello, ma un bene essenziale e che il teatro non è un lusso, ma un’infrastruttura dell’anima.
Il teatro Sannazaro non c’è più, una frase che oggi procura dolore, ma domani dovrà diventare memoria di un passaggio, di un momento in cui Napoli ha scelto di essere fenice e non cenere.
La rinascita è possibile, ma dipende da noi.
















