NAPOLI (Di Anna Calì) – Napoli vive, come spesso accade, a cuore aperto. E in queste ore, la città pulsa più forte che mai, in attesa della partita di domani al Maradona che potrebbe decretare il Napoli Campione d’Italia. Si respira tensione, emozione, voglia di riscatto. Perché ogni sfida del Napoli non è solo una gara sportiva: è una questione d’identità, una dichiarazione d’amore, un frammento di quella religione laica che si chiama calcio e che da queste parti si pratica ogni giorno, in ogni angolo, a qualsiasi ora.
A due anni dal terzo scudetto, la memoria di quella stagione magica è ancora viva, incandescente. Non solo per il risultato sportivo, ma per tutto ciò che ha rappresentato: l’orgoglio di un popolo, la rivincita su decenni di delusioni, la conferma che sognare, a Napoli, non è mai un esercizio vano. Lo abbiamo fatto con Diego Armando Maradona, lo facciamo oggi con nuovi volti, nuovi tecnici, nuove promesse. Con la consapevolezza che anche il quarto scudetto, per quanto difficile, non è utopia ma possibilità. Un sogno da difendere.
È proprio di sogni, passione e appartenenza che parla Un sogno nel cuore, il libro di Ciro Accardo, giovane autore e appassionato giornalista che ha saputo raccontare la fede calcistica in chiave profonda, personale, quasi poetica. Una narrazione che fonde tecnica e sentimento, storia e contemporaneità, con lo sguardo sempre rivolto a ciò che il Napoli rappresenta ben oltre i novanta minuti.
Nel corso dell’intervista che segue, Accardo ci porta dentro le emozioni vissute durante la cavalcata scudetto. Il tutto con la consapevolezza che il calcio, a queste latitudini, è molto più di un gioco: è cultura, linguaggio, sangue e poesia.
“Un sogno nel cuore” racconta la passione per una squadra, ma anche un’appartenenza viscerale. Secondo lei, cosa distingue l’amore di un tifoso del Napoli da quello di altri tifosi? È solo calcio o qualcosa di più ancestrale?
“A Napoli si respira calcio. Al mattino, quando si sorseggia il primo caffè della giornata. A lavoro, scambiando due chiacchiere con i colleghi. Su WhatsApp nei tanti gruppi con gli amici. A pranzo e anche prima di coricarsi. Perché il calcio alle pendici del Vesuvio non è una semplice passione. È un atto di fede incondizionato verso l’unica squadra di calcio che rappresenta la città. È attaccamento alla maglia, identità indissolubile con la propria terra. A maggior ragione per chi – per motivi professionali e/o familiari – vive altrove. ‘Un sogno nel cuore’ nasce dall’idea di unire gli aspetti tecnici e calcistici alle emozioni di un popolo, che dopo trentatré anni torna Campione d’Italia”.
Nel libro si percepisce una tensione costante tra il ricordo e la speranza, tra Maradona e Kvaratskhelia. Quanto pesa la nostalgia nel modo in cui viviamo il presente sportivo del Napoli? Ci permette di sognare ancora o ci condanna al confronto eterno?
“Diego è l’atleta che i nostri genitori e i nostri nonni invocavano da sempre. Nel calcio come nella vita c’è la necessità fisiologica di fare comparazioni. E di mettere in risalto anche protagonisti di due epoche diverse. Diego era un alieno. Mandato sul nostro pianeta per mandare in paradiso i napoletani e l’Albiceleste. E per diffondere il verbo del calcio. Kvaratskhelia è il colpo di fulmine. L’amore che permette all’anima di vibrare. Di restare scottati. Possono nascere dissapori, incomprensioni. Le strade si dividono ma l’amore resta. Da ambo le parti”.
Ha deciso di raccontare la fede calcistica attraverso la scrittura, un mezzo intimo e riflessivo. Ma il tifo è anche istinto, adrenalina, pancia. Come si conciliano questi due mondi?
“La passione per il calcio e il giornalismo mi accompagnano da sempre. Avevo 2-3 anni quando iniziavo a calciare un pallone. Ascoltavo le partite per radio con i miei nonni e sono cresciuto seguendo la Serie A, la Nazionale e collezionando le figure calciatori della Panini. Il calcio non può essere soltanto istinto. Può esserlo in spezzoni di gara. È analisi, è aggiornamento. Studio, passione. Notti insonne. E nella scrittura si possono fondere gli aspetti legati al calcio. E ricordi personali a corredo”.
Il titolo stesso parla di sogno. Dopo il terzo scudetto, quanto è ancora lecito – o addirittura necessario – sognare il quarto? E soprattutto: Napoli è una città che ha bisogno del sogno per sopravvivere o per riscattarsi?
“Per motivi anagrafici (sono del 1994) non ho vissuto le emozioni degli Scudetti del 1987 e del 1990. Ma li percepisco dentro di me attraverso le VHS, la voce di Biazzo e i tanti libri che ho letto sul tema. Napoli aveva la bramosia di riscattarsi dai problemi degli anni ’80 e dagli effetti del sisma in Irpinia.
Il terzo Scudetto è stato un capolavoro. La squadra di Luciano Spalletti ha dominato il campionato e per le avversarie, o presunte tali, non c’è stata partita. Parafrasando il buon Pierluigi Pardo, era soltanto una questione di collocazione spazio-temporale. Perché nessuno mai, anche fuori dai confini italici, aveva immaginato un esito diverso della straordinaria stagione 2022/2023. Il quarto Scudetto può essere realtà. Ma eventualmente non si parli di un trionfo in carrozza. Bensì del lavoro certosino, scrupoloso di Antonio Conte, che pur non disponendo di una rosa da favorita, potrebbe regalare con Lukaku, McTominay, Anguissa &co una gioia enorme nell’anno in cui l’obiettivo era tornare in Champions League e dare fastidio”.
Nel suo racconto, il calcio non è solo sport: è identità, è linguaggio, è dolore e resurrezione. Quanto l’ha aiutato, a livello personale, mettere tutto questo nero su bianco?
“Il calcio è una religione. E per chi non la professa vede soltanto ventidue uomini correre dietro a un pallone. Il calcio regala emozioni e rilascia adrenalina. È il primo farmaco antidepressivo al mondo. Ci sono momenti piacevoli ed altri meno belli. Ma è proprio negli attimi di sconforto, di tristezza che i sentimenti si rafforzano. Così come nella vita, i problemi servono a fortificare il carattere e la personalità. Con la stesura del libro ho rivissuto le istantanee più dolci della stagione dello Scudetto, ma anche le emozioni negative, le preoccupazioni del piccolo Ciro che si affacciava al calcio con coscienza negli anni di maggiore difficoltà da parte della SSC Napoli. È stato un modo per ricordare, anche tramite riproduzioni di apprezzabili artisti e fotografie personali, di parenti ed amici la magnifica festa della notte del 4 maggio. E della celebrazione con la Coppa di Di Lorenzo e compagni il mese successivo”.
C’è un passaggio del libro che sembra suggerire che il tifo per il Napoli sia un’eredità, un codice genetico. Cosa risponde a chi accusa i tifosi di essere ciechi o irrazionali? È davvero un atto d’amore cieco, o è una forma superiore di lealtà?
“Il calcio non è una scienza esatta. È l’arte di comprimere il tempo in 90’ e su un rettangolo verde. Non contano l’estrazione sociale, la professione e nemmeno il sesso. È gioia e dolore. La cosa più importante tra le cose meno importanti. E nella sua definizione sono inclusi i concetti di tecnica, forza atletica, mentale, tattica. Che però possono essere rovesciati da episodi fortuiti. E per questo amato ed apprezzato in tutto il mondo. A mio avviso il calcio è una fede. Un testamento genetico da custodire con cura. Perché fa parte della nostra storia. Del nostro modo di essere. Non si tratta eventualmente di essere irrazionali, ma di concepire il calcio evidentemente in un’altra forma. Penso all’attaccamento verso un giocatore in particolare. O per aver vissuto diversi anni in una città”.
Se le dicessero che per vincere il quarto scudetto dovremmo sacrificare un pezzo del romanticismo che ha sempre contraddistinto il Napoli – magari accettando un calcio più freddo, aziendale, meno “nostro” – accetterebbe?
“Una domanda che calza a pennello per la realtà attuale e per la stagione del Napoli. Sono del partito del ‘bel gioco’. Mi sono emozionato con il Sarrismo e ho esaltato – ne è dimostrazione il libro ‘Un sogno nel cuore’ il Napoli di Spalletti. Un collettivo che ha raccolto attestati di stima in Italia e anche in Europa con le magnifiche pellicole dell’era De Laurentiis contro il Liverpool, i Rangers di Glasgow, l’Ajax e l’Eintracht di Francoforte. È chiaro, è difficile trovare l’alchimia precisa tra gli interpreti in campo.
E la piena sintonia. Il Napoli di Conte, per esempio, è una squadra che si è indebolita notevolmente sul piano tecnico. Meno azioni offensive, meno reti. E di conseguenza meno emozioni. Che coinvolgono meno il tifoso o l’addetto ai lavori sotto il punto di vista sentimentale. Sono diverse concezioni del calcio.
E anche di sfruttare le risorse a propria disposizione. L’allenatore bravo è colui che pur in difficoltà, per assenze, infortuni ecc, adatta la propria filosofia al contesto in cui si trova, tenendo a mente le caratteristiche degli avversari. I loro punti di forza e i limiti di entrambe le compagini in questione”.
Ha mai avuto paura che scrivendo di calcio in modo profondo e letterario, qualcuno potesse non prendere sul serio il suo lavoro? E se sì, come risponde a chi ancora crede che il calcio non possa essere materia da narrativa?
“La narrazione della partita da calcio è un esercizio apprezzabile. È lodevole se fatto in maniera corretta, oggettiva e giusta. Sono sempre stato affascinato sin da piccolo ai racconti romanzati del pallone. Aggiungendo all’aspetto tecnico e tattico anche riferimenti personali ed intimi. Emozioni, stati e percezione che rendono l’analisi più profonda e completa”.














