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Oltre le parole: intervista a Diego Marino, autore di “Sotto la pelle della vita”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Cosa si nasconde davvero dietro le nostre giornate? Quali emozioni non dette, quali ricordi tenuti stretti, quali sogni ostinati continuano a pulsare anche quando sembra tutto fermo? Lo scrittore Diego Marino prova a rispondere a queste domande con il suo nuovo libro dal titolo: “Sotto la pelle della vita”, una raccolta di 50 racconti brevi ma intensi, che sanno parlare al cuore senza bisogno di artifici.

Con uno stile asciutto, empatico e profondamente umano, Diego Marino, ci accompagna in un viaggio fatto di assenze che lasciano il segno, legami che salvano, cadute e rinascite quotidiane. Racconti che sembrano sussurrare al lettore: “non sei solo”.

In questa intervista, abbiamo avuto il piacere di parlare con l’autore nonché collega stimato e voce sensibile della narrativa contemporanea, per scoprire cosa si cela effettivamente sotto la pelle di queste storie, da dove nasce l’urgenza di scriverle e come si intrecciano con il vissuto di ognuno di noi.

Perché, come ci ricorda Diego, la vita vera non ha bisogno di perfezione: basta avere il coraggio di sentirla.

“Sotto la pelle della vita” affronta emozioni profonde come l’assenza, la rinascita e l’amicizia: c’è un racconto che sente più vicino alla sua storia personale?

“Sì, ce ne sono diversi, ma uno in particolare racconta un’assenza che non fa rumore ma scava ogni giorno dentro. Non voglio svelare troppo, ma riguarda un legame familiare che ha segnato la mia crescita. Scriverlo è stato doloroso e liberatorio insieme. Raccontare certi vuoti ti costringe a guardarli in faccia, ma al tempo stesso ti insegna che da lì può nascere anche una nuova consapevolezza”.

Ha scritto 50 racconti che parlano di quotidianità e sentimenti autentici. Quanto c’è di autobiografico e quanto di osservazione del mondo che le circonda?

“È un mix continuo. Alcuni racconti nascono da episodi vissuti in prima persona, altri da cose viste, ascoltate, persino da sguardi fugaci. Fare il giornalista ti abitua a cogliere dettagli che sembrano insignificanti ma in realtà raccontano tantissimo. C’è tanto di me in queste pagine, ma credo che chiunque ci si possa ritrovare: sono storie semplici, vere, nude”.

Il titolo è molto evocativo. Cosa significa per lei “andare sotto la pelle della vita”? E cosa ha scoperto scrivendo queste storie?

“Per me significa smettere di scorrere la vita in superficie e iniziare ad ascoltarla davvero. “Sotto la pelle” ci sono le ferite, ma anche le emozioni più vere, quelle che non mettiamo sui social e non diciamo a voce alta. Scrivendo ho scoperto che, nonostante tutto, c’è ancora bellezza nella fragilità. E che raccontarla può essere una forma di resistenza”.

Da giornalista, è abituato a raccontare la realtà con fatti e cronaca. Come cambia il suo sguardo quando scrive racconti così intimi e narrativi?

“Cambiano i tempi, cambia il tono, ma non cambia la voglia di raccontare con verità. Quando scrivo articoli cerco l’obiettività, qui invece lascio spazio all’empatia. È un esercizio più emotivo, ma sempre onesto. La differenza è che in questi racconti non devo spiegare tutto, posso semplicemente far sentire”.

Oggi il giornalismo spesso rincorre la velocità e il sensazionalismo. Crede che ci sia ancora spazio per racconti che ascoltano davvero l’anima delle persone?

“Io credo di sì, e anzi credo che ce ne sia bisogno più che mai. La gente è stanca di rumore. Cerca voci che parlino piano ma in profondità. Questo libro nasce proprio da quella esigenza: fermarsi, sentire, riconoscersi. Se anche solo una persona si è sentita meno sola leggendo una di queste storie, allora ha avuto senso”.

Lo sport ha un forte ruolo educativo e valoriale. In che modo lo sport ha influenzato la sua visione della vita e, magari, anche la scrittura di questo libro?

“Lo sport mi ha insegnato a cadere e a rialzarmi, ad accettare la sconfitta, ma anche a gioire in modo autentico. Nello spogliatoio, sul campo, nella fatica c’è una scuola di vita che non trovi altrove. Molti racconti sono intrisi di questi valori, anche quando non si parla esplicitamente di sport. Il senso di squadra, il sacrificio, la lealtà… sono ovunque”.

Ci sono racconti nel libro che richiamano direttamente esperienze legate allo sport o a dinamiche di squadra, sconfitta, resilienza?

“Sì, ci sono storie che parlano di partite mai giocate fino in fondo, di ragazzi che inseguono un sogno con le scarpe slacciate, di chi vince fuori dal campo dopo aver perso tutto. Lo sport è una metafora perfetta della vita, e ho voluto raccontarlo così, senza retorica, ma con verità”.

Ha scelto di devolvere il ricavato in beneficenza: può raccontarci a chi andranno i fondi e perché ha deciso di legare questo progetto a un gesto concreto di solidarietà?

“I fondi andranno all’associazione Villaricca Street, una scuola calcio che crede nei valori veri dello sport e aiuta tanti ragazzi a crescere non solo come atleti ma come persone. Ho scelto loro perché rappresentano ciò in cui credo: educare con l’esempio, con l’impegno quotidiano. Questo libro è nato per condividere, e donare il ricavato era l’unico finale possibile”.

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