Pasquale Pellegrini racconta il suo ultimo lavoro editoriale: “Il medico”

-

Dopo una vita trascorsa tra turni infiniti, responsabilità e silenzi, Antonio sente che il tempo gli sta sfuggendo. Un invito improvviso lo conduce a Capri, dove ritrova Sabrina, l’amore mai dimenticato.

Tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, i due si confrontano con le scelte che li hanno separati: la vocazione alla cura, il senso del dovere, la rinuncia ai sentimenti. In un’atmosfera sospesa tra malinconia e rinascita, scoprono che la vita può ancora offrire una seconda possibilità.

Il medico è un romanzo che attraversa le pieghe più intime dell’animo umano, dove il dolore si trasforma in consapevolezza e l’amore trova nuove forme per esistere.

Lo scrittore Pasquale Pellegrini si racconta ai microfoni della redazione Napoli Village parlandoci del suo ultimo lavoro editoriale.

Nel romanzo “Il medico” emerge con forza il conflitto tra vocazione professionale e vita privata. Quanto c’è, secondo lei, di universale in questa tensione e perché ha scelto di raccontarla proprio attraverso la figura di un medico?

“Più che conflitto tra vocazione e vita privata, a me preme sottolineare la difficoltà di una società fortemente individualistica di affrontare il tema dell’altro. L’individualismo non è un argomento privato, ma un modo di essere della società e per questa ragione la questione si pone. La scelta di un medico come protagonista del romanzo è funzionale proprio all’economia della relazione. La professione medica è innanzitutto una relazione di cura, di attenzione verso il malato che è persona fragile. Non c’è una professione che abbia la stessa pregnanza relazionale”.

Antonio è un personaggio che vive la cura quasi come una missione assoluta

“Antonio non è la voce narrante, è un personaggio simbolo, una sorta di mentore del protagonista, è la persona che gli ha trasmesso la passione per la medicina”.

Durante la scrittura ha mai avuto paura che questa dedizione potesse trasformarsi in solitudine? E quanto questa dimensione appartiene anche alla società contemporanea?

“Che la dedizione per gli altri possa trasformarsi in solitudine è evidente fin dalle prime pagine: “Guardai la mia casa”, narra il protagonista a pagina 7, “la trovai vuota, come se la vita l’avesse abbandonata, e l’indolenza si rivelò per quello che era: solitudine. Toccai il tavolo da cucina e udii il suono di un legno antico privo di affetti, di conversazioni, di pianti, di lamenti, di risa. Non aveva storia. Attraversai il salotto, lo studio, la camera da letto, la stanza per gli ospiti, non avevano altre parole che le mie”. Non so se la solitudine sia una dimensione che appartenga alla società contemporanea, ma, certo, il rischio che occupandosi degli altri ci si dimentichi di se stesso c’è”.

Capri nel romanzo non è soltanto uno sfondo narrativo, ma sembra diventare un luogo della memoria e delle seconde possibilità. Che valore simbolico ha avuto per lei ambientare lì il ritorno tra il protagonista e Sabrina

“Capri, meglio Anacapri, per me ha un valore affettivo. Nel 2011 il libro ‘Cattolici dal potere al silenzio’, scritto con Beppe del Colle, si aggiudicò il Capri-San Michele. In quella circostanza ho avuto modo di visitare villa Axel Munthe e conoscere la figura del medico svedese le cui idee sulla natura del lavoro medico mi sembrarono già allora interessanti e innovative”.

Lei arriva da un percorso che intreccia giornalismo scientifico, saggistica e narrativa. In che modo queste esperienze influenzano la sua scrittura letteraria e il modo in cui costruisce i personaggi?

“Con molta franchezza le dico che non lo so. Quello che so è che ogni momento della mia vita, ogni esperienza entra in forma elaborata nei miei libri. Questo non significa che la mia vita è un romanzo, ma che nessuno può attingere a cose che non sa. Guardando indietro alle opere precedenti, mi rendo conto che ‘Babbo Natale uno di noi’, Che cosa ci rimane?’, ‘Io c’ero’ sono opere che guardano con interesse all’umanità e alla relazione tra persone”.

Crede che oggi sia più difficile fermarsi ad ascoltare se stessi e i propri bisogni emotivi?

“Ascoltare se stessi significa guardare alla propria dimensione spirituale. Una società che parla tanto, che spesso urla fa fatica ad ascoltare. Il silenzio sembra spaventare anziché aiutare a riflettere”.

Nel suo stile convivono introspezione, spiritualità e attenzione alle relazioni umane. Quanto lavoro c’è dietro la costruzione emotiva di un romanzo come questo? Parte prima dai personaggi o dalle domande interiori che vuole affrontare?

“C’è sempre molto lavoro anche notturno. Sono lento nella scrittura, ho molti ripensamenti, sono un precisino mai del tutto appagato da quello che scrivo. Parto sempre da una storia che abbia la capacità di rappresentare la realtà. In questo caso è stato Axel Munthe, la sua vicenda umana e professionale. Credo che ogni persona sia un mondo e chi scrive ha, a mio avviso, il dovere di scoprire quel mondo nelle pieghe più intime”.

Sta già lavorando a nuovi progetti editoriali?

“Sì, sto terminando la prima stesura di un nuovo romanzo, ma è prematuro parlarne”.

Vuoi pubblicare i contenuti di NapoliVillage.com sul tuo sito web o vuoi promuovere la tua attività sul nostro sito? Contattaci all'indirizzo redazione@napolivillage.com

Altri articoli dell'autore

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
- Sponsorizzato -
- Sponsorizzato -