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Peppe Laurato: “Sono un diesel, ma Napoli mi ha dato la scintilla”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Quando il palcoscenico diventa pelle viva e la comicità una missione, allora non resta che raccontarsi senza maschere. Peppe Laurato, volto storico del cabaret partenopeo, ripercorre con sincerità la sua carriera, raccontando di chi ha fatto della risata, una vera e propria forma d’arte e dell’amicizia un valore che supera quello dell’amore. Un viaggio tra sipari, sketch e quella Napoli che non smette mai di pulsare sotto la pelle.

Da Made in Sud al tour teatrale con Salvatore Gisona, passando per il premio Massimo Troisi che ha segnato un’epoca: una vita tra le pieghe della comicità, con una maschera di ironia e un cuore di verità.

L’intervista che non ti aspetti, tra battute, sincerità e un pizzico di quel napoletano che fa scuola.

Com’è nata la passione per la comicità e per il teatro?

“Difficile dire quando sia nata esattamente. Da bambino, mentre i miei coetanei guardavano cartoni animati come L’Uomo Tigre, io mi perdevo nelle commedie di Eduardo De Filippo. Avevo sei, sette anni, e già ridevo e capivo quelle storie. Poi, a scuola, ho sempre partecipato agli spettacoli di fine anno. Cercavo sempre di imparare qualcosa in più, e tutto mi è servito.

Alle superiori, durante l’occupazione scolastica del 1991, all’Istituto Alfonso Casanova nel centro storico di Napoli, proposi di creare un gruppo teatrale. Conobbi Francesco Albanese, anche lui studente lì. Volevo davvero mettere in piedi una compagnia durante l’occupazione. All’inizio mi presero un po’ per matto, ma poi ci riuscimmo: con Alessandro Siani, Francesco e quattro ragazze creammo una compagnia scolastica. Mettemmo in scena A prescindere dalla Smorfia, una commedia ispirata a Totò e Troisi, che portammo in scena per due anni, anche al piccolo Teatro Bruttini, dietro il Bellini, gestito allora da Gaetano Liguori e Davide Ferri.

Prima del diploma cominciammo a sentire parlare dell’esplosione del cabaret a Napoli. C’era un locale storico, il Tunnel di Santa Chiara, che frequentavamo spesso. Era un fermento continuo, un vero cuore pulsante della città. Napoli è così: vulcanica, esplosiva, artisticamente viva. Proprio lì portammo in scena uno sketch che ebbe molto successo: io interpretavo Ivana, una ragazza innamorata di Alessandro (che faceva il DJ), con Francesco Albanese nei panni del DJ vero e proprio. All’epoca si potevano ancora fare battute che oggi sarebbero censurate: non esisteva il body shaming, e si faceva comicità con leggerezza, senza cattiveria.

Io credo che l’ironia sia una forma di intelligenza. Una battuta non può e non deve offendere: i veri problemi sono le barriere architettoniche, non le battute su una disabilità. Le parole, se fatte con rispetto, non fanno male.

Poi ci vide Gianni Simioli. All’epoca doveva condurre, con Biagio Izzo, la terza edizione di TeleGaribaldi, e ci volle con lui. Era il 1998. Portammo in RAI il nostro sketch dei ragazzi della discoteca, con l’auricolare in stile Non è la RAI, dove io ricevevo istruzioni da Gianni su come conquistare Alessandro. Funzionò. E da lì si aprirono le porte.

Dopo il diploma, ci fu il militare, poi l’università (che ho frequentato senza grandi successi: prima farmacia, poi sociologia, ma li ho lasciati lì). Intanto continuavamo a lavorare con il trio A testa in giù, insieme ad Alessandro e Francesco. Il nome veniva da una canzone di Pino Daniele, ma era anche un gioco: volevamo dire che andavamo controcorrente.

In quel periodo di transizione, partecipai a un laboratorio teatrale al Teatro Totò, diretto dal maestro Guido Palliggiano. Fu lì che conobbi Massimo Borrelli. Era il momento giusto: il trio stava per sciogliersi, avevamo ancora alcuni impegni da onorare, ma con Massimo nacque l’idea di provare qualcosa di nuovo. All’inizio pensammo a un quartetto — due uomini e due donne, come la Premiata Ditta — ma le due ragazze che avevano iniziato con noi abbandonarono presto. Così restammo io e Massimo. Debuttammo ufficialmente il 31 dicembre 2000. Da lì nasce il Duo x Duo.

L’obiettivo era chiaro: trovare uno stile tutto nostro, qualcosa che ci distinguesse nel panorama comico nazionale. Ogni artista, secondo me, deve avere un’identità precisa. Vincemmo alcuni premi, tra cui il prestigioso Premio Massimo Troisi, andato in onda su Rai 1, anche se in terza serata. Era un segnale importante: c’era un percorso serio davanti a noi.

Il nostro linguaggio era un napoletano più comprensibile, adatto anche al pubblico del nord. La nostra comicità voleva essere universale, figlia sì di Totò e Troisi, ma accessibile anche a chi non conosce i codici stretti della tradizione.

Intanto il cabaret a Napoli continuava a crescere. Frequentavamo il TAM, perché il Tunnel aveva chiuso. Poi ci fu il Bruttini, rilevato da Ciro Sforza e Luigi Esposito. Tutto ruotava attorno a quei teatri e locali, piccoli ma vitali. Io ho sempre avuto le porte aperte, anche nel periodo successivo alla morte di Massimo — ci torneremo dopo — perché credo molto nell’umanità, nel rispetto, nel lavoro condiviso.

Partecipammo anche ai laboratori di Zelig, che all’epoca aveva sedi in tutta Italia. Era una rete democratica. Purtroppo, nel nostro caso, andò storto per motivi politici: la trasmissione slittò a causa della caduta del governo Prodi e della campagna elettorale di Berlusconi. Alla fine riuscì ad andarci solo Peppe Iodice. Io e Massimo, invece, finimmo a Colorado l’anno successivo”.

Come ha vissuto sia a livello personale e professionale la perdita di Massimo?

“Dal punto di vista professionale, la perdita di Massimo nel 2016 è stato uno spartiacque. L’ho detto spesso: io ho trattenuto il 50% di lui e lui ha portato via il 50% di me. Dopo diciotto anni vissuti fianco a fianco, in scena e nella vita, non si può definire solo un lavoro. Era un’amicizia vera, forse anche più profonda dell’amore. Con Massimo sognavamo e progettavamo ogni cosa insieme. È una dimensione rara, quella dell’amicizia autentica: non cambia col tempo, resta immutata, come quando si rivedono vecchi amici del liceo e si ritorna subito a quei giorni.

Dopo la sua morte, mi sono sorpreso di me stesso: ho scoperto una resilienza che non sapevo di avere. Ho continuato a lavorare, sempre con professionalità e rispetto per questo mestiere. Non ho avuto la carriera di Siani o altri grandi nomi, ma credo di aver costruito un mio percorso solido, onesto e riconoscibile.

Nel dopo massimo, ho fatto scelte difficili. Ad esempio, nell’edizione di Made in Sud condotta da Gigi D’Alessio, ho accettato con umiltà di fare l’apertura come monologhista, pur essendo abituato a lavorare in duo o in gruppo. Il monologo non mi ha mai entusiasmato: rispetto chi lo fa, ma per me la comicità è condivisione, è dialogo.

È stato allora che, per caso, ho incontrato Rosaria Miele. Abbiamo iniziato a collaborare e uno dei nostri sketch ha avuto successo sui social, pubblicato perfino dalla RAI. Abbiamo lavorato insieme per un po’, giocando sul palco come due bambini, perché per fare questo mestiere bisogna mantenere vivo il “Peter Pan” che è in noi.

Poi è nata l’idea condivisa anche con Salvatore Toscano, un amico storico, di realizzare un format ispirato a Undressed, un programma dove due sconosciuti si incontrano per la prima volta a letto. L’abbiamo adattato in chiave comica, e ha funzionato. Siamo stati notati in quelle edizioni, nonostante i limiti dell’edizione successiva condotta da Stefano De Martino e la parentesi legata alla pandemia.

Durante il Covid, il nostro settore è stato messo all’angolo: fondi tagliati, teatri chiusi, cultura dimenticata. E quando uno Stato mette da parte la cultura, si rischia la deriva autoritaria. La cultura apre la mente, è ciò che ti permette di pensare in modo diverso da chi governa.

Finita la pandemia, Rosaria ha deciso di non proseguire più. Così ho dovuto ricominciare da capo, ancora una volta. Ho trovato una nuova sintonia con Salvatore Turco, lo sketch dell’operaio e del “master” su YouTube è tra i nostri, e con lui ho cominciato una nuova fase.

Negli anni del lockdown i social sono esplosi. Abbiamo condensato in due anni un cambiamento culturale che normalmente avrebbe richiesto sette o otto. È come quando arrivò l’euro: ci volle tempo per comprenderne davvero l’impatto. Così anche coi social: in poco tempo hanno generato celebrità che non avevano mai calcato un palco. Nulla da dire, ognuno sfrutta le occasioni che ha, ma questo ha cambiato radicalmente la percezione dello spettacolo.

Dopo questa “abbuffata digitale”, però, il pubblico ha voglia di tornare al live. I concerti a Napoli lo dimostrano: la gente ha bisogno di ritrovarsi, di vivere insieme. Come diceva Luciano De Crescenzo: “Se il mondo si salverà, si salverà da Napoli.” E io ci credo. Napoli è resiliente, è passione, è identità.

E poi, per strane coincidenze, mi sono ritrovato a parlare di nuovo con Salvatore Gisonna. Ci conosciamo da trent’anni, abbiamo condiviso palchi, laboratori, concorsi. Nonostante negli anni di Made in Sud lavorassimo entrambi tanto, non eravamo mai riusciti a concretizzare un progetto comune. Quando è tornata la possibilità, mi sono detto: “Se non ora, quando?”

Abbiamo cominciato con un progetto teatrale. Doveva essere una tournée di 15 date, ma il pubblico ha risposto così bene che ne abbiamo fatte molte di più. Lavoriamo in teatri piccoli ma preziosi, come il Teatro Sancarluccio, luoghi carichi di energia. Chi viene dal cabaret sa quanto è difficile essere accettato in certi ambienti teatrali, ma noi ci siamo riusciti.

Con Gisonna abbiamo scritto diverse commedie: Tre sfumature di giallo, che ha quasi raggiunto le 100 repliche in tre anni, L’amico dei sogni e una terza che è attualmente in scrittura. Grazie a questi lavori sono stato notato anche nel mondo teatrale. Mi ha chiamato la signora Caterina De Santis per il Teatro Bracco, e ora farò parte della compagnia stabile del Teatro Totò sotto la regia di Gaetano Liguori, accanto a Mario Guaragna e Davide Ferri.

Siamo arrivati così al 2025-2026. Un percorso intenso, pieno di dolore ma anche di rinascita, fatto di teatro, amicizia, e passione vera”.

Tra i tanti sketch che ha portato in scena, qual è quello che ricorda con maggior affetto o quello a cui è più legato?

“Tra tutti gli sketch che ho portato in scena, quello a cui sono più legato è quello dei poliziotti, che porto ancora oggi con Salvatore Turco. Ma in particolare, lo sketch che sento più mio è quello che ci ha fatto vincere il Premio Massimo Troisi, che dedico idealmente a Massimo.

Si tratta di uno sketch semplice ma molto efficace: due poliziotti in un’operazione apparentemente banale, ma al suo interno si sviluppa il vero gioco comico tra i due attori. La forza dello sketch non era solo nelle battute, ma nel modo in cui venivano smontate e rimesse in discussione dai personaggi stessi in scena. Per esempio, uno dei due diceva: “Questa è la scritta, ma tu che hai scritto? Così facciamo brutta figura!” — ed era questo continuo commentarsi a creare comicità.

Fu questo a farci identificare come “i comici con l’umorismo napoletano-inglese”: un tipo di ironia secca, tagliente, autoriflessiva.

Naturalmente anche altri sketch sono stati importanti: “lo strip”, che ci portò alla popolarità; e “Ungrassed”, che ha avuto successo con Rosaria. Ma quello dei poliziotti, è lo sketch che più di tutti ci ha fatto notare a Colorado, quello che ci ha distinto dagli altri. E per questo resta, nel mio cuore, il più significativo”.

C’è un sogno artistico che ancora non è stato realizzato o una collaborazione che ha ancora chiuso nel cassetto?

“Preferisco non parlare troppo dei sogni nel cassetto: non li chiudo mai. Per me, tenerli in un cassetto è come dimenticarli. È un po’ come tenere una Bibbia nel comodino e non aprirla mai. Io, invece, tengo il cassetto socchiuso: i sogni devono essere pronti a uscire, a realizzarsi. Non chiudo nulla, tengo sempre le porte aperte, anche nei rapporti con gli altri: è il mio modo di essere”.

Come nasce “Tre sfumature di giallo”?

“È lo spettacolo che ho scritto insieme a Salvatore Gisonna, è stato il nostro primo progetto teatrale in coppia e ha avuto grande successo. Abbiamo fatto quasi cento repliche in tre anni. Attualmente stiamo lavorando a una nuova commedia, ancora senza titolo, che porteremo anche a Napoli, al Teatro San Carluccio.

È una commedia scritta e interpretata da me e Salvatore Gisonna. È uno spettacolo interattivo: il pubblico partecipa attivamente scegliendo, attraverso dei cartellini gialli, come proseguirà la storia.

La trama ruota attorno a una vittima – che in scena è anche il narratore – la quale, nonostante sia stata uccisa, racconta la propria vita al pubblico e lancia l’invito a scoprire chi sia il colpevole.

A più riprese durante lo spettacolo, la storia si ferma e gli spettatori decidono tra diverse opzioni narrative, orientando così lo sviluppo della commedia. Alla fine ci sono tre possibili finali, uno per ciascun sospettato: il poliziotto, la ragazza che ha passato la notte con la vittima o il capitano della Guardia di Finanza. Ogni replica può quindi avere un esito diverso.

Siamo già stati a Napoli con questo spettacolo, ma torneremo con la nuova commedia, ancora senza titolo, che porteremo anche al Teatro San Carluccio. Intanto continuiamo a girare l’Italia con “Tre sfumature di giallo” e “L’amico dei sogni”, il nostro secondo lavoro. La crescita è stata graduale: siamo passati da piccoli teatri a sale da 400-500 posti, costruendo il nostro percorso con pazienza e costanza.

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