“Suspiro” il concerto teatralizzato del trio Suonno D’Ajere

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NAPOLI – Suspiro – pubblicato il 1° marzo scorso su etichetta ad est dell’equatore – è l’opera prima del trio Suonno D’Ajere, ensemble composto da Irene Scarpato (canto), Marcello Smigliante Gentile (mandolino.mandola.mandoloncello) e Gian Marco Libeccio (chitarra classica). La formazione – che nel nome evoca il singolo omonimo realizzato da Pino Daniele nel disco d’esordio Terra mia (1977), quale ideale punto di connessione tra i codici popolari e la ostinata ricerca di essere contemporanei – è attivo dal 2016 e via via ha sviluppato un credo rigoroso e intransigente. Tanto da viaggiare dentro le melodie e i ritmi, circumnavigando le serenate e le canzoni umoristiche per far tornare alla luce, oggi, quel mistero e quella sapienza compositiva e di interpretazione che ha reso la canzone napoletana una disciplina. Alias un patrimonio immateriale.

Reduce dall’emozionante memorial “Je sto vicino a te 64” dedicato a Pino Daniele al Palapartenope – il trio ha eseguito i cult Santa Teresa e l’omonimo Suonno D’Ajere ricevendo vibranti applausi – sabato 23 marzo nell’Auditorium Novecento porterà in scena un concerto teatralizzato in cui le canzoni dell’album si mescoleranno ad altre avventurose pagine del secolare canzoniere di Partenope. Raccontando, tra un fraseggio, un canto a cuore aperto e un arpeggio assassino i retroscena e le storie di queste immortali canzoni.

Il credo della band Suonno D’Ajere è proporre brani poco esplorati del patrimonio partenopeo, intrecciandoli ad altre pagine più emerse con la volontà irremovibile di restituire dignità e spessore alla tradizione, slegandola dall’immagine di vetrina e cercandone l’intimità e l’essenza. La scelta stessa della strumentazione richiama le formazioni da “posteggia” del primo ‘900 però l’esecuzione ha un approccio più filologico, lontano da quello passeggero di strada. L’effetto è un mix suadente e fisico di architettura popolare e mood classico ed è il crocevia fragile tra questi due mondi. Eccoli, uno nell’altro, titoli di teatro e di sceneggiata e di serenata. C’è il linguaggio sfrontato di Ferdinando Russo (Scetate) e la spietata lingua on the road di Raffaele Viviani (‘O guappo ‘nnammurato). E poi il verbo di Libero Bovio (‘E ppentite), quello di Ernesto Murolo (Nun me scetà) e di Salvatore Di Giacomo (Serenata napulitana). Fino a completare l’itinerario con l’inedito Suspiro, appunto. Un soffio che battezza l’album di esordio. Un sussurro armonioso, riappacificante, con una tradizione dispotica che può fare arrossire. In questo caso, Suspiro diventa non un’opera rétro e anacronistica bensì il sapiente equilibrio di filologia e tentazioni contemporanee. La priorità religiosa di avere fede nel canzoniere e nella madrelingua del golfo. Senza imbarazzi.

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