NAPOLI (Di Anna Calì) – Non avevo mai letto nulla di Valeria Corciolani. Non conoscevo Edna Silvera, non sapevo nulla delle sue indagini e della sua indole da storica dell’arte misantropa. Ma è bastato sfogliare le prime pagine di Delitto in bianco per sentirmi immersa in un giallo dove il sangue non scorre mai da solo: scivola tra santini trafitti, palazzi storici e tanto buon cibo napoletano.
In questo nuovo romanzo, Corciolani ci trascina a Napoli. Una Napoli sensuale e misteriosa, colma di luce e ombre, di sapori intensi e contrasti netti come le pennellate su una tela caravaggesca. Qui, tra vicoli e chiese, profumo di sfogliatelle e tensioni antiche, prende forma un’indagine che parla di arte e superstizioni, redenzione e giustizia. E mentre la città brulica, Edna osserva: in silenzio, con sarcasmo e un talento sottile per leggere l’anima delle cose.
Questa intervista nasce da una lettura fresca, spontanea, priva di preconcetti. Per questo forse è più vera. Abbiamo parlato di libri, di scrittura, di Napoli e delle mille sfumature che rendono una storia molto più di un delitto. Una storia, appunto, in bianco ma tutt’altro che priva di colore.
Quali sono stati gli elementi più sorprendenti o innovativi che ha introdotto in Delitto in bianco, rispetto ai precedenti casi della serie con protagonista Edna Silvera?
“Edna, per il suo mestiere, è portata a muoversi in giro per l’Italia, ma è la prima volta che si ritrova a Napoli. Il desiderio, il cuore, il motivo per cui è nata questa serie era proprio quello: far emergere una co-protagonista che è la città stessa.
Ci sono dei codici disseminati ovunque, simboli lasciati dagli artisti, dettagli nascosti nelle pieghe dell’arte. Secondo me è lì che si gioca la prima grande indagine della storia. Una protagonista come Edna, nonostante la sua ruvidità, ha tra le mani una mappa preziosa, utile a orientarsi non solo nel suo lavoro, ma anche nel passato e nei crimini.
Questo modo di indagare, questo sguardo diverso, è parte del suo bagaglio personale.
In Delitto in bianco si tirano un po’ i fili dell’indagine lunga che aveva già seguito nei primi due capitoli. Volevo che fosse proprio a Napoli il luogo dello “svelamento” di tutto ciò che Edna si portava dentro: quel passato pesante, non ancora elaborato.
In questo libro, infatti, Edna viene da un anno sabbatico e si ritrova a seguire un’indagine ambientata tra le chiese barocche di Napoli”.
Lei che ha visitato Napoli, qual è la chiesa che l’ha colpita di più, e perché?
“Sono rimasta molto colpita dalla Chiesa delle Anime Pezzentelle. La racconto nel romanzo perché, a mio avviso, condensa perfettamente l’unione – molto napoletana – tra il mistico, il magico e la vita quotidiana. L’idea di adottare anime senza nome, di prendersene cura, mi è sembrata profondamente viva. Racchiude lo spirito di Napoli e dei napoletani: il continuo cucire insieme “il lassù e il quaggiù” senza soluzione di continuità. Ho visto persone tenere la mano alla statua del santo e parlarci come a un vicino di casa. Solo a Napoli ho vissuto qualcosa di simile”.
In che modo Delitto in bianco riesce a far emergere la complessità di Napoli, tra ingiustizie sommerse e capacità di perdonare, offrendo una lettura “vera e reale” della città?
“Forse perché è raccontata da una persona che non è napoletana, e anzi è ligure. Noi liguri siamo l’opposto di quel calore che si respira a Napoli: siamo schivi, chiusi, difficili da avvicinare.
Tutte quelle battute sull’accoglienza ligure sono, ahimè, drammaticamente vere. Quando un ligure approda a Napoli, inizialmente resta spiazzato: parli con chi ti accompagna e le persone intorno ti rispondono, interagiscono. All’inizio è disorientante, ma bastano dieci minuti per entrare in quella meravigliosa atmosfera. Raccontarla con questo sguardo “esterno”, ligure, è stato impegnativo ma anche divertente. Forse restituisce una prospettiva diversa a chi ci vive”.
Come nasce la passione per la scrittura e cos’è che le ha dato più soddisfazione da quando ha intrapreso questa avventura?
“La passione è nata dalla lettura. Ancora prima di imparare a leggere, ero una bambina inappetente: mi leggevano favole per farmi mangiare.
Da lì è iniziato tutto. La lettura è il modo migliore per allenare la fantasia. Al cinema sei un contenitore; ma quando leggi, vivi la storia con la tua immaginazione.
Il mio primo lavoro è stato come illustratrice: prima raccontavo con le immagini, ora con le parole. Due facce della stessa medaglia.
La cosa che mi ha dato più soddisfazione? Gli incontri con le persone. All’inizio ero terrorizzata dagli eventi con i lettori, perché sono molto timida. Ora sono l’eredità più bella. Ho ricevuto affetto, ho costruito amicizie grazie ai libri. I libri sono ponti ostinati”.
Il morso del ramarro è stato finalista al Premio Città di Como e nel 2022 è stato tratto un film. Com’è stata l’esperienza? Cosa ha imparato dal passaggio alla sceneggiatura?
“Un’emozione enorme. Ho imparato che scrivere una sceneggiatura è completamente diverso da scrivere un romanzo.
Quando vediamo il film di un libro che amiamo, spesso restiamo delusi. Non perché sia fatto male, ma perché l’immaginazione del lettore ha già “girato” il proprio film. Il cinema è la visione del regista, dello sceneggiatore, degli attori; sono linguaggi diversi.
È stata un’esperienza bellissima anche sul piano umano: con Tiziana Foschi, che era la protagonista, ho costruito un’amicizia bellissima che continua tutt’oggi”.

Molti dei suoi racconti e romanzi contengono un tocco di ironia e personaggi “colorati”, nei suoi romanzi precedenti è sempre stato così? Quanto c’è di lei nei suoi personaggi?
“In ogni personaggio finisce inevitabilmente un po’ di me, sia nelle cose che amo che in quelle che non sopporto. Non c’è un personaggio che mi rappresenti pienamente, ma sono tutti frammenti. L’ironia è la mia impronta digitale. È presente in ogni mio romanzo.
Nel 2010, quando è uscito il mio primo libro, non c’era ancora la moda del “cozy crime”: unire giallo e commedia era insolito. Ma la vita è fatta di dramma e commedia. E il noir e il giallo, scavando nell’intimo, possono accogliere entrambi. Questo tono ironico e colorato fa parte di me e della mia scrittura.
Il complimento più bello che ricevo è quando mi dicono: “Anche senza copertina, riconoscerei la tua scrittura”.

In Delitto in bianco ci sono due elementi fondamentali: i colori e il cibo. Qual è il suo colore preferito? E il cibo che ha amato di più a Napoli?
“Il colore preferito è difficile: sono molto umorale. Forse il blu, perché è a metà tra cielo e mare. È profondo, vivo, ma anche misterioso. Ha una doppiezza che mi assomiglia.
Nell’arte, l’azzurro oltremare era preziosissimo, usato per le Madonne. Anche il verde ha questa doppiezza tra luce e ombra, commedia e dramma.
Quanto al cibo… adoro la sfogliatella riccia. È dolce senza essere stucchevole, appaga e stimola. Anche lei, come il blu e il verde, ha tante sfumature”.
Nei suoi romanzi racconta spesso donne forti, curiose, mai scontate. Quanto è importante per lei rappresentare questa femminilità complessa nella società di oggi?
“È importantissimo. Credo che ancora oggi ci sia una scarsa educazione allo “sguardo giusto”. Molti problemi legati al ruolo delle donne derivano proprio da uno sguardo distorto.
Con i ragazzi si lavora molto, ed è fondamentale. Bisogna sgretolare stereotipi dalle fondamenta. Scrivere serve anche a questo: mettere sassolini, uno dopo l’altro, per cambiare le cose”.
Può anticiparci qualcosa sui suoi progetti futuri? Ha in mente un romanzo che non sia un giallo?
“Sì, l’ho già scritto: La regina dei colori, sempre per Rizzoli (n.d.r). Era da tempo che volevo farlo, ma con le scadenze delle serie era complicato.
Mi piacerebbe tornarci. Appena ho consegnato Delitto in bianco, mi sono messa a scrivere un giallo per ragazzi, per l’editore Pelledoca, e uscirà in autunno. È per quella fascia d’età difficile tra medie e superiori.
La protagonista ha 15 anni, non esce di casa da 7 mesi e il giallo si svolge tutto dal suo punto di vista. È stato complesso ma molto divertente.
Edna? Mi piacerebbe farla tornare, ma in un contesto diverso, più “ufficiale”. Forse farla entrare in una squadra d’indagine dalla porta principale”.


















Grazie infinite, articolo bellissimo!