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NAPOLI – In Italia e in Campania torna il dilemma dei negozi aperti, o meno, di domenica. Una questione sempre aperta sulla quale Confesercenti Campania ha le idee molto chiare. « L’apertura delle nostre imprese nel giorno di domenica è dettato unicamente – sostiene Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Interregionale (Campania e Molise) – per necessità, dal momento che diventa un’opportunità per incassare a fronte di una crisi economica sempre presente.

Bisogna fare una diversificazione, tuttavia, tra la zona del centro storico, di Napoli e delle altre città campane, o quelle investite dai flussi turistici costanti, dove vale la pena stare aperti anche di domenica, e le zone più periferiche dove il gioco non vale la candela.

Nel primo caso i costi e i ricavi si mettono in positivo. È su questo ragionamento che Confesercenti si interroga. E la domenica aperta per i commercianti diventa un modo di offrire un servizio al consumatore ma soprattutto per necessità di dover incassare a fronte di una pressione fiscale insostenibile. L’imprenditore – sottolinea Schiavo – ha il bisogno di portare a casa degli utili perché è socio di minoranza dello stato pagando sino al 68-70% di tasse, e quindi lavorare di domenica diventa una necessità e non una scelta».

Vincenzo Schiavo, inoltre, invoca l’intervento dello Stato sulla pressione fiscale anche in relazione al proliferare dei negozi online.

« È urgente e necessario che lo Stati legiferi per frenare il grande tsunami che è l’online, composto da grandi piattaforme e imprenditori che fanno capo a soggetti giuridici presso altri paesi, dove c’è una pressione fiscale pari al 5-7%, pur vendendo gli stessi prodotti dei nostri negozi sotto casa. E così accade che se su 100 euro di incasso i nostri imprenditori danno 70 euro allo Stato e trattengono per loro appena 30 euro, il grande player online sugli stessi 100 euro ne incassa 93-95. Non è giusto, non si gioca con le stesse regole. Lo Stato intervenga affinché questi grandi imprenditori online versino quanto dovuto allo Stato in cui effettivamente operano. Sarebbe questo un mezzo utile anche per ridurre ad un massimo di 35-40% la pressione fiscale sui nostri imprenditori».

Infine Schiavo commenta gli ultimi dati Unioncamere sullo Stato delle attività commerciali: « C’è finalmente una tendenza positiva, ma i problemi restano e le tasse sono sempre le stesse. Le difficoltà restano e riguardano soprattutto le piccole imprese. Si tenga conto, tra le altre cose, che il commercio e il terziario negli ultimi 10 anni sono stati protagonisti di svariati cambiamenti, subendo vessazioni (liberalizzazione, orari, come di lavoro come l’online) e i mutamenti del costo del lavoro».

I DATI – Si è infatti chiuso con un saldo attivo di 13.848 unità in più, rispetto alla fine di giugno, il bilancio fra le imprese nate (66.823) e quelle che hanno cessato l’attività (52.975) nel terzo trimestre dell’anno in Italia secondo i dati Unioncamere/Infoimpresa. Il segno ‘più’ conforta. A riguarda sostanzialmente le grandi società di capitali, laddove le piccole e piccolissime imprese continuano ad essere in difficoltà, e il tasso di crescita del trimestre (+0,23%) resta tra i più contenuti dell’ultimo decennio con riferimento al periodo giugno-settembre.

Per quanto riguarda la Campania, in ogni caso, i dati de terzo trimestre 2019 dicono che le iscrizioni sono salite a 6682, con 5217 cessazioni di attività (saldo positivo di 1465), con 595.239 imprese iscritte al 30 settembre 2019. A Napoli, per il terzo trimestre, 3420 le imprese iscritte e 2608 quelle cessate, con un saldo di 812 e un tasso di crescita di 0.27%. E se Napoli è la 23esima provincia d’Italia, Caserta è sesta: 1232 iscrizioni, 808 cessazioni, 0.45% di crescita. 46esima Salerno (1290 iscrizioni, 1029 cessazioni, tasso dello 0,22%), negli ultimi posti Benevento (263 iscrizioni, 267 cessazioni, 0,01% tasso di crescita) e Avellino (477 iscrizioni, 505 cessazioni, 0,06% tasso).

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