NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è ancora chi giura di sentirlo, quel boato: un rumore che non era soltanto un urlo di gioia, ma il battito di un’intera città che si riconosceva finalmente vincente.
Era il 29 aprile 1990 e al San Paolo il cielo sembrava più vicino, quasi a voler assistere anche lui all’ennesimo miracolo di Diego.
Diego Armando Maradona non era soltanto il numero 10. Era una fede laica, una promessa mantenuta, il riscatto di un popolo che nel calcio cercava molto più di una vittoria: cercava dignità, orgoglio, appartenenza.
E quel giorno, con il colpo di testa di Marco Baroni contro la Lazio, il Napoli cucì sul petto il secondo scudetto della sua storia, il più sofferto, forse proprio per questo il più bello.
Il goal arrivò sugli sviluppi di una punizione battuta proprio da Diego, quasi a voler firmare anche simbolicamente quell’impresa. Bastò quella rete per superare l’ostacolo Lazio, tenere dietro il Milan di Sacchi e riportare il tricolore sul Golfo. Il San Paolo esplose, Napoli si fermò, e la città si trasformò in un unico immenso abbraccio azzurro.
Se il primo scudetto del 1987 era stato l’impossibile diventato realtà, quello del 1990 rappresentò qualcosa di ancora più importante: la conferma. Il Napoli non era più una favola romantica destinata a svanire, ma una grande realtà del calcio italiano, capace di restare in vetta e di difendere il proprio posto tra le grandi.
Era il Napoli di Alberto Bigon, di Careca, Ferrara, Alemao, Carnevale, De Napoli, Crippa, Francini. Una squadra forte, completa, matura, costruita per vincere e per resistere alla pressione di una stagione logorante. Ma sopra ogni cosa, era ancora il Napoli di Diego.
Maradona era il centro tecnico, emotivo e spirituale di quella squadra. Non servivano sempre i suoi goal per cambiare una partita: bastava la sua presenza, la sua capacità di trascinare, il suo modo di assumersi il peso della responsabilità quando tutto sembrava complicarsi.
Diego trasformava la pressione in arte, la paura in coraggio, la sfida in appartenenza.
Quella stagione fu una battaglia continua contro il grande Milan degli olandesi, la squadra più forte d’Europa in quegli anni. Gullit, Van Basten, Rijkaard, Baresi, Maldini: una corazzata costruita per dominare. Eppure il Napoli seppe resistere, restare aggrappato al vertice e arrivare davanti a tutti.
Fu uno scudetto nervoso, tirato, conquistato con il fiato corto e il cuore pieno. Meno romantico del primo, forse, ma tremendamente più maturo. Era il segnale che quella grandezza non era stata un’eccezione, ma una scelta.
Quando arrivò il traguardo, Napoli si trasformò in una festa infinita.
Caroselli, bandiere ai balconi, clacson, sirene nel Golfo, lacrime, abbracci tra sconosciuti. Una notte che sembrò non voler finire mai, perché in quella notte non si celebrava soltanto uno scudetto: si celebrava un’identità.
Ed è forse proprio questo il punto più importante: quando si parla del 29 aprile 1990, non si parla soltanto di calcio, ma si parla di una città che attraverso Maradona imparò a guardarsi allo specchio con fierezza. Diego non ha semplicemente vinto due scudetti: ha cambiato la percezione che Napoli aveva di sé stessa.
Ha insegnato che si poteva arrivare in cima senza chiedere permesso a nessuno, che il Sud poteva vincere e che la città di Napoli poteva smettere di sentirsi ospite e iniziare a sentirsi padrona del proprio destino.
Per questo, ancora oggi, il suo volto vive nei murales di Quartieri Spagnoli, nelle fotografie consumate dal tempo, nei racconti dei padri, nelle lacrime dei nonni e negli occhi dei figli che Diego non lo hanno mai visto giocare, ma lo conoscono come si conoscono le leggende: senza bisogno di spiegazioni.
Poi sono arrivati gli anni difficili: le cadute, il dolore, l’addio di Maradona, il declino, perfino l’umiliazione della Serie C. Sembrava impossibile pensare che quel Napoli potesse tornare davvero lassù.
E invece il calcio, come Napoli, ha una straordinaria capacità di rinascere.
Il terzo scudetto del 2023 ha riaperto un cassetto pieno di emozioni, riportando in strada la stessa felicità collettiva, ha riacceso quella sensazione di appartenenza assoluta e ha dimostrato che la storia del Napoli non appartiene soltanto al passato, ma continua a scriversi.
Certo, il Napoli del 2023 è diverso da quello di Diego: meno mitologico, più moderno, più europeo nella struttura e nella gestione. Ma il sentimento che lo attraversa resta lo stesso: la voglia di dimostrare che Napoli può stare stabilmente tra le grandi, senza complessi e senza nostalgia paralizzante.
Ed è proprio qui che lo sguardo si sposta sul futuro, il club si avvicina al traguardo dei 100 anni di storia.
Un secolo di passioni, sofferenze, cadute, resurrezioni e meraviglia. Il centenario non dovrà essere soltanto una celebrazione nostalgica, ma una dichiarazione di ambizione.
Il Napoli deve pensarsi grande in modo permanente, andando a consolidare la propria dimensione europea, investire nelle strutture, nel settore giovanile, nell’identità internazionale del brand, senza perdere il suo tratto più importante: l’anima popolare, perché il Napoli non è soltanto una squadra di calcio.
È un simbolo culturale, sociale, perfino emotivo, è una lingua comune che unisce intere generazioni.
Ricordare Diego non significa vivere nel passato, ma usare quella grandezza come misura del presente e forse è proprio questo il messaggio più forte che lascia quel 29 aprile 1990: i sogni, a Napoli, non sono fatti per essere raccontati.
Verso i 100 anni, il Napoli dovrà avere questa fame: non celebrare soltanto ciò che è stato, ma costruire ciò che ancora può essere.





