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Napoli

Conte e il costo della rabbia (non fine a se stessa)

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NAPOLI (Di Stefano Esposito) – Le proteste di Antonio Conte dopo Inter-Napoli hanno inevitabilmente attirato l’attenzione. E ieri quella tensione si è tradotta in una decisione ufficiale: due turni di squalifica e un’ammenda di 15 mila euro. Un provvedimento che chiude formalmente la vicenda disciplinare, ma che invita anche a una riflessione più ampia sul momento che attraversa il calcio italiano.

Fermarsi esclusivamente ai toni rischia di far perdere il senso della questione. Dietro la reazione di Conte non sembrerebbe esserci una polemica isolata, quanto piuttosto l’effetto cumulativo di una serie di episodi che, nel corso delle ultime settimane, hanno alimentato interrogativi e perplessità.

La gara con il Verona viene spesso indicata come emblematica: un rigore concesso che potrebbe apparire discutibile e un gol annullato la cui motivazione non sarebbe risultata immediatamente chiara. Nel corso di quella partita, inoltre, si sarebbero verificati altri episodi oggetto di dibattito. Eljif Elmas sarebbe stato trattenuto alle spalle in maniera evidente, senza che l’azione producesse provvedimenti disciplinari.

Noa Lang sarebbe stato fermato durante una progressione con un intervento che potrebbe essere interpretato come irregolare.

A questi si aggiungerebbero altri episodi riferibili ad partite diverse da Napoli-Verona, relativi a step on foot valutati in modo non sempre uniforme e a situazioni in cui il VAR sembrerebbe intervenire, o non intervenire, secondo criteri non sempre omogenei e chiaramente identificabili a prima vista.

Considerati singolarmente, si tratta di normali situazioni di gioco. Valutati nel loro insieme, però, contribuiscono a creare quel contesto dal quale nasce la dura presa di posizione di Conte. Non tanto uno sfogo fine a se stesso, quanto la manifestazione, certamente aspra nei toni, di una preoccupazione più generale: la chiarezza dei protocolli e la coerenza interpretativa.

In questa prospettiva, la reazione dell’allenatore del Napoli finisce per richiamare un principio essenziale per la credibilità del sistema: regolarità e uniformità di giudizio. Non l’eliminazione dell’errore, che resta inevitabile in uno sport complesso e umano, ma la percezione di un criterio stabile, riconoscibile e applicato in modo il più uniforme possibile.

È evidente che la continenza debba restare una qualità imprescindibile per un professionista. Allo stesso tempo, però, esiste il rischio opposto: quello di assuefarsi a decisioni poco comprensibili, rinunciando a ogni forma di confronto. Un atteggiamento che, alla lunga, può incidere anche sul rapporto di fiducia tra il gioco e il suo pubblico, spettatori paganti che, legittimamente, chiedono sempre più trasparenza e spiegazioni trasparenti, condivisibili e chiare.

Sul web la stessa decisione finale della sanzione viene inevitabilmente messa a confronto con casi analoghi recenti: viene menzionato ad esempio che dopo Milan-Bologna, Massimiliano Allegri sia stato squalificato per una sola giornata, nonostante le proteste ampiamente visibili. Tuttavia, quel comportamento è stato poi ricondotto alla mera protesta veemente, e non a ipotesi più gravi.

Resta il fatto che le differenze di trattamento pongono sempre un tema di proporzionalità e uniformità, che non riguarda i singoli protagonisti, ma la coerenza complessiva del sistema disciplinare. A situazioni simili dovrebbero idealmente corrispondere valutazioni analoghe, per evitare anche solo la sensazione che vi possa essere una giustizia applicata con criteri variabili.

Va infine sottolineato un altro aspetto: il mister Conte non ha mai messo in discussione l’onestà personale degli arbitri. Le sue osservazioni hanno sempre e solo riguardato il funzionamento complessivo del sistema, la chiarezza delle procedure e la continuità interpretativa. Critiche forti, ma indirizzate all’impianto regolamentare, non alle persone.

Ora che la sanzione è stata comminata, però, la risposta più efficace non può che essere composta e civile. Innanzitutto, quella del campo, affrontando le gare con maggiore spinta emotiva e poi è chiaro che anche Napoli ha spesso dimostrato di saper esprimere il proprio pensiero in modo assolutamente creativo e intelligente.

È facile immaginarsi i tifosi indossare mascherine con il volto di Antonio Conte, non come provocazione, ma come messaggio di sostegno alla squadra. Come a dire: “non vi preoccupate che se anche non c’è un Conte in panchina, ce ne sono sessantamila qui sugli spalti. Non siete soli”.

Un modo per trasformare un’assenza importante in una presenza collettiva e per ribadire che l’identità di una squadra vive nel legame tra il campo e la tifoseria.
Perché questo è anche il bello del calcio: che è un gioco capace di unire, appassionare e far discutere milioni di persone.

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