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Il Falerno del Massico e la Cantina Zannini, una lunga storia d’amore

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NAPOLI (di M.G. Narciso) – La famiglia Zannini proprietaria di Masseria Campierti, nonché produttrice del vino che da essa prende il nome, ha radici profonde nell’ Ager Falernus.
In vigna dal 1900, ora con Domenico e papà Carlo, questa stirpe di viticoltori casertani, si fa portavoce non solo di questo territorio ma anche della sua storia.
Non è un caso che la testina votiva, rinvenuta anni fa da Carlo nel proprio vigneto, sia diventata il logo aziendale. “Questi manufatti – racconta Ugo Zannini, profondo conoscitore della storia e della archeologia locale – erano doni in terracotta lasciati nei santuari dal popolo per propiziare la propria guarigione. A seconda della parte del corpo malata si omaggiava la divinità di una rappresentazione della stessa in terracotta”.
Il racconto mitologico di Silio Italico, poeta, avvocato e politico romano, vuole che il dio Bacco, venendosi a trovare sul Monte Massico sia stato accolto e ospitato da un contadino di nome Falerno. Per riconoscenza il dio fece dono a Falerno di un tralcio di vite. In virtù di questa leggenda i Romani ritenevano che l’enologia italica avesse i propri natali in questa terra.
Il Falerno quindi era il vino per eccellenza tanto che in occasione del suo trionfo Cesare fece servire due vini, uno greco e il Falerno.
Il vino italico era dunque in competizione con i vini greci. Lo testimoniano la presenza di contenitori, anfore prodotte a Carinola nel IV sec, ritrovate nei vari territori del Mediterraneo come ad esempio a Cartagine, dove è certo che si bevesse vino Falerno. Successivamente le produzione delle anfore si è spostata nelle ville romane disseminate in tutto il territorio. Anche nei vigneti della Masseria Campierti sono visibili i resti di una di queste, con annessa fornace.
Con la crisi dell’ Impero romano finisce anche il lustro del vino Falerno e si ritorna alla produzione locale. Anche se alcune aziende risultano attive fino al VI sec. il vino veniva prodotto per uso personale, o al massimo nei monasteri, come San Vincenzo al Volturno che possedeva estese proprietà nell’ Ager Falernus.
Ma il sintagma “Ager Falernus” cosa delimita esattamente? il disciplinare non recepisce in maniera puntuale il dato storico essendo classicamente il risultato di accordi tra produttori, accordo che in questo caso ha ampliato i confini della denominazione. Da parte sua la storia, suffragata dai reperti archeologici, consente di delimitare il territorio del Falerno esclusivamente a Falciano del Massico e Carinola. Si arriva a questa conclusione esaminando le zone di provenienza riportate nei reperti relativi al voto esercitabile dal cittadino romano solo nel luogo di nascita e di appartenenza della propria tribù di origine (cioè circoscrizione amministrativa).
Se non fossimo già sazi di storia ci piaccia sapere che Plinio il Vecchio parlava della vite Falerna come una qualità di uva in grado di fornire un ottimo vino, “infiammabile” grazie ad suo tenore alcoolico. Lo storico ne attestava tre tipi: “Falernum” di pianura, nigrum quindi nero, il Falerno di media collina detto “Faustianum”, kirròs, quindi di colore rossastro tipo buccia d’arancia, e il Falerno di alta collina, detto “Caucinum”.
Anche Galeno di Pergamo, il noto medico romano, utilizzava il Falerno e il Faustiano per le sue preparazioni, e a seconda delle patologie consigliava l’uno piuttosto che l’altro.
E’ evidente quindi come l’ areale del Falerno sia uno tra i più antichi d’Italia e del mondo. La prima attestazione di produzione di vino sul Monte Massico, e quindi di Falerno, risale al 190 a.C., anno della citazione nella commedia di Plauto “Pseudolus”. Al 160 a.C. invece risale la prima prova archeologica, un “Titulus pictus” su un’anfora recante i nomi dei consoli che avevano prodotto quel vino, dettaglio che consente una datazione affidabile. Sul Falerno insomma c’è una pletora di fonti. Se ne sono tessute le lodi ai tempi dell’Impero Romano e le testimonianze pervenuteci raccontano di un nettare richiesto e consumato sulle tavole più prestigiose dell’epoca.
Questo versante della montagna è particolarmente favorevole alla produzione di Primitivo ed è questa la tipologia di Falerno prodotta dalla Cantina Zannini. La tradizione del Primitivo in questo areale è antichissima. Già il notaio Luca Menna nella sua “Historia di Carinola”, del 1845 attestava la coltura di un “Primiticcio”, cioè di un vitigno dalla maturazione precoce. Gli impianti di Aglianico sono intervenuti solo dopo gli anni ‘50. Il disciplinare attualmente consente la produzione del Falerno del Massico Rosso con Aglianico min 60%, Piedirosso max 40% e uve di altri vitigni idonei alla coltivazione per la regione Campania fino ad un massimo del 15% del totale. Il Falerno del Massico Primitivo può essere prodotto con almeno l’85% di Primitivo, al quale possono concorrere nella misura di max 15% Aglianico, Piedirosso e Barbera (Camaiola). I vigneti della famiglia, circa 1,5 ha ai piedi del Monte Massico, sono caratterizzati da un terreno calcareo ed argilloso. Il Primitivo spadroneggia e solo una piccola porzione della vigna è dedicata all’ Aglianico e alla Camaiola, in loco conosciuta come Barbera. L’Ardens Falerno del Massico Roccamonfina rosso Igt una delle tre etichette prodotte è frutto del blend dei tre vitigni, 60% Primitivo, 32% Aglianico, 8% Camaiola. La conduzione enologica è dell’enologa Anna Della Porta, che ha fuso in un unicum le antiche pratiche con le moderne tecnologie di vinificazione. Domenico e Carlo partecipano attivamente a tutte le fasi di produzione, profondamente convinti della integrazione tra uomo e natura motivo che ha condotto entrambi ad entrare in FIVI. 4.500 le bottiglie prodotte annualmente, primo fra tutti il Campierti Falerno del Massico primitivo dop – 100% primitivo in versione base e Riserva, prodotto solo in annate eccezionali.
“Caratteristica comune ai vini della Canina Zannini è la presenza di un frutto croccante e succoso, ciliegia soprattutto, segno della salubrità del prodotto in vigna” – fa notare Steffen Wagner, titolare de “La Luna nel Bicchiere”, azienda che distribuisce i vini della cantina. Vendemmiata manualmente a settembre, l’uva arriva in cantina dove viene diraspata e lasciata fermentare a temperatura controllata di 24/26 gradi. Dopo la fermentazione viene torchiata a mano nei vecchi torchi di famiglia, (quello del nonno ha ben 60 anni). Il liquido ottenuto viene poi trasferito nei contenitori di acciaio, senza aggiunta di solfiti, perché si avvii la fermentazione malolattica spontanea. A fine novembre il vino per la Riserva viene dirottato in tonneaux di 10 anni esausti, al solo scopo di favorire la micro-ossigenazione, il resto sosta in barriques per due mesi e affina 6 mesi in bottiglia. “Facciamo pochi interventi – precisa Domenico – l’enologa lavora in riduzione e il vino rimane sulle fecce fini”.
C’è un modo gradevolissimo per vivere una esperienza immersiva nella storia del Falerno e di questi vini, cioè mangiare e soggiornare a Masseria Campierti, l’agriturismo annesso ai vigneti, un “Bed & wine” di 4 camere in stile anni ’50. Aperto il sabato e la domenica solo a pranzo, apre su prenotazione durante la settimana.
La proposta gastronomica, affidata alle sapienti mani di Silvana Petrarca, si basa su piatti tradizionali preparati con ingredienti di qualità e materie prime a km 0.
Buon Falerno a tutti!

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