vino

NAPOLI – Una viticoltura sostenibile non significa tornare al passato, ma guardare al presente del vino orientando le proprie scelte verso ciò che suggerisce il territorio, pensando ad un futuro che sia maggiormente rispettoso degli equilibri che la natura impone.

È questa la convinzione che ha maturato il sistema vitivinicolo vesuviano alla chiusura della due giorni che il Consorzio tutela vini Vesuvio ha messo in scena al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN).

I produttori dell’area vesuviana guardano con fiducia alle sfide da affrontare, forti del gradimento crescente che vanno riscuotendo le loro produzioni enologiche, come ben evidenziato dal considerevole numero di wine lovers che ha affollato i banchi delle aziende che hanno partecipato all’iniziativa svoltasi nella cornice museale: Bosco de’ Medici, Azienda Agricola Fuocomuorto, Montesommavesuvio, Poggio Ridente, Sorrentino Vesuvio, Cantina del Vesuvio, Cantine degli Astroni, Cantine Matrone, Cantine Mediterranee, Cantine Villa Regina, Casa Vinicola Ferraro, Contea di Sylva Mala, Enodelta – I Nodili del Regno di Napoli, De Falco Vini, Fioravante Romano Vini, La Cantina del Vulcano, Tenuta Agustea di Nocerino vini, Cantine Olivella, Villa Dora, Tenuta Le Lune del Vesuvio, Terredora, Vinicola De Angelis, Cantine La Mura Terre di Neda.

Forte l’appeal dei “vulcanici” vini vesuviani, come emerso anche nel corso delle tre affollate masterclass dedicate ai vini a denominazione di origine ‘Vesuvio’, compreso quelli della menzione ‘Lacryma Christi’.

Il momento centrale dell’evento promosso dal Consorzio, il ‘Vesuvio Wine Forum – Il futuro e il valore dei vini da suoli vulcanici tra sostenibilità e cambiamenti climatici’, è servito soprattutto a far crescere tra i produttori la convinzione che anche la millenaria viticoltura vesuviana è chiamata ad affrontare la grande sfida imposta dai cambiamenti climatici.

Al ‘Forum’ si sono registrati gli interventi di diversi attori della filiera vitivinicola che, da diverse angolature, hanno portato un ricco contributo alla discussione che si è preoccupata soprattutto di analizzare i benefici derivanti da un’agricoltura sempre più sostenibile in termini di prosperità economica, condizione necessaria per assicurare la sopravvivenza delle imprese, ma anche in termini di salvaguardia e tutela ambientale, con una attenzione particolare all’equilibrio ecologico e alla conservazione del paesaggio.

In particolare, ci si è soffermati su come lo scenario produttivo vesuviano può mettere in pratica una attenta e concreta applicazione di quei risultati della ricerca scientifica che consentono di reagire alle criticità dei mutamenti climatici. Un articolato processo che dovrà trarre la propria linfa dalla tradizione.

«La buona riuscita della due giorni al MANN – dichiara Ciro Giordano, presidente del Consorzio Vesuvio – è frutto di un lavoro di squadra. Oltre ai produttori, ringrazio i componenti del Consiglio di amministrazione del Consorzio, che hanno prontamente accolto questa proposta: Maurizio Russo, Giovanna Ambrosio, Luigi Romano, Giuseppe Sorrentino, Piervincenzo Tione, Gabriele De Falco.

A questi si aggiunge l’impegno messo in campo dal responsabile eventi Ciro Esposito e dal responsabile amministrativo Adriana De Nanzio.

La manifestazione è nata con il preciso obiettivo di far conoscere le nostre produzioni di qualità ad un pubblico selezionato. Molto spesso nelle attività di promozione si commette l’errore di non guardare mai agli sbocchi più prossimi sul mercato.

Siamo invece consapevoli – spiega – che il mercato del vino napoletano in questa fase riveste un ruolo particolarmente importante: si tratta di una vetrina da sfruttare anche per facilitare successive azioni di promozione sui mercati internazionali.

Siamo infatti convinti che per incrementare l’export dobbiamo prima di tutto diventare più forti e presenti sul mercato domestico.

Ma questa due giorni – aggiunge – è stata importante anche per una riflessione sul futuro della nostra viticoltura. Noi produttori non siamo ignari di quel che sta accadendo. Per quanto concerne la coltivazione della vite, in altre aree del pianeta sono già numerosi ed evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici.

In questo momento si avverte forte la necessità di orientare le scelte interpretando i suggerimenti che arrivano dal territorio stesso, facendoci forte del grande patrimonio di sapere e conoscenze che è frutto di questa pratica vitivinicola millenaria.

Ovviamente – spiega Giordano – non parliamo di tornare indietro, bensì di guardare al presente del vino pensando a un futuro che dovrà essere sempre più rispettoso degli equilibri che reggono la natura. Così come siamo consapevoli che singolarmente possiamo fare veramente poco. Diverso l’approccio che si può ottenere a livello territoriale, andando a ricercare insieme le migliori pratiche agronomiche e i più efficaci sistemi di gestione affinché le nostre cultivar storiche possano affrontare il clima che cambia.

Insieme dobbiamo vagliare e adottare importanti accorgimenti per garantire la sopravvivenza dei nostri millenari vigneti. Ma gli effetti dei cambiamenti climatici sul vino non riguardano solo le modalità in cui l’uomo svolge il lavoro agricolo.

Dobbiamo volgere lo sguardo anche agli interventi sul patrimonio viticolo, in modo da renderlo più adatto alle prossime situazioni climatiche. Dobbiamo avere il coraggio di non chiudere la porta nemmeno agli interventi sulla genetica delle viti, quando questi si traducono in utilizzi di portainnesti che garantiscono nella fase vegetativa del frutto una minore richiesta di acqua e una maggiore resistenza agli agenti patogeni, producendo una sensibile riduzione dei trattamenti chimici in campo.

Tutti insieme – conclude la guida del Consorzio – dobbiamo essere bravi a trasformare i fattori critici che si intravedono all’orizzonte in opportunità».

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