NAPOLI (Di Anna Calì) – Viviamo in un’epoca in cui tutto può diventare tendenza. Anche ciò che un tempo sarebbe stato considerato trasgressivo, inaccettabile o ai margini. Ma perché alcune mode sociali talvolta apertamente devianti, si diffondono più in Italia che altrove, come negli Stati Uniti? E come si spiega il fascino crescente di certi comportamenti borderline, soprattutto tra i più giovani?
Per capirlo, abbiamo intervistato Danilo Zanghi, digital strategist con una formazione sociologica, esperto di comunicazione e fenomeni online. Con lui abbiamo provato a decodificare i meccanismi che trasformano la devianza in performance, visibilità, status. Perché a volte, più che ribellione, dietro le tendenze c’è solo la voglia di esistere in un mondo dominato dagli algoritmi.
Perché alcune tendenze socialmente devianti si radicano più facilmente in Italia rispetto agli Stati Uniti, e viceversa? Conta di più il contesto culturale o la risposta delle istituzioni?
“Bella domanda: allora la questione non è così semplice come appare, ma necessita di un’analisi più approfondita per essere introdotta.
Nel digitale, le tendenze socialmente devianti si diffondono e si radicano in base a tre forze principali: algoritmi, audience e cultura locale. Si tratta di un triangolo dinamico in cui la tecnologia non è mai neutra, ma agisce come amplificatore selettivo: mostra, nasconde, premia, polarizza. E ogni società — in base al proprio assetto culturale, educativo e istituzionale — risponde a queste dinamiche in modo profondamente diverso. E questo avviene praticamente ovunque.
In Italia, ad esempio, esiste una cultura digitale meno strutturata e più reattiva, dove la viralità viene spesso scambiata per autorevolezza, e dove l’accelerazione del contenuto prevale sulla verifica o sulla contestualizzazione. Questo si traduce in un ecosistema in cui trend borderline — come sfide social potenzialmente pericolose, meme sessisti, linguaggi razzisti mascherati da ironia — riescono a circolare senza un reale filtro critico. Basti pensare alla rapidissima ascesa di figure che utilizzano retoriche semplificate, provocatorie o platealmente tossiche su TikTok, Instagram o Telegram: spesso diventano micro-celebrità in grado di dettare lo stile comunicativo anche nel dibattito mainstream.
Il caso delle “estetiche criminali” (trap da strada, idolatria del boss, estetizzazione della violenza verbale) ne è un esempio: contenuti che negli USA si muovono dentro codici precisi, con un pubblico abituato a distinguere tra storytelling e realtà, in Italia si innestano in un vuoto di alfabetizzazione mediatica e rischiano di essere interpretati in chiave imitativa o aspirazionale. Il punto non è moralizzare, ma comprendere come l’assenza di contesto culturale possa rendere la devianza digitale più fragile e più pericolosa, perché non gestita né metabolizzata.
Negli Stati Uniti — dove le piattaforme sono nate e hanno sedimentato pratiche d’uso più strutturate — la logica dell’engagement-first è ormai radicata da anni in un sistema quasi industriale. La devianza online è spesso un codice performativo consapevole, una scelta stilistica o identitaria — si pensi alla cultura “alt” di Tumblr o ai fenomeni come l’“edgelord humor” su Reddit e Twitter/X. La cornice culturale è diversa: l’utente medio è più abituato a codificare l’ironia, a riconoscere il confine tra parodia e istigazione, tra personaggio e persona.
In Italia, al contrario, la risposta istituzionale alla devianza digitale è ancora lenta, difensiva e normativa: il sistema educativo raramente integra media literacy nei percorsi scolastici; le istituzioni tendono a reagire con censura, ban o repressione, più che con prevenzione o decostruzione pubblica dei contenuti. E questo alimenta la percezione, da parte delle nuove generazioni, di un establishment distante e incapace di leggere i codici del presente.
Il contesto culturale incide quindi in modo veramente decisivo sulla lettura del comportamento deviante: ciò che in Italia appare come “eccesso” o “allarme sociale”, negli USA è spesso considerato un’espressione legittima della libertà comunicativa, in alcuni casi persino uno strumento artistico. Prendiamo il caso di creator come Andrew Tate o Bo Burnham: negli Stati Uniti, anche quando polarizzanti, sono inseriti in un dibattito pubblico molto attivo, fatto di podcast, debunking, talk show, reazioni cross-platform. In Italia, invece, lo stesso tipo di narrazione rischia di sfuggire al confronto critico e diventare solo “moda”, da imitare o rifiutare in blocco, senza strumenti interpretativi.
Ma a monte resta un dato tecnico cruciale: gli algoritmi premiano contenuti che generano emozioni forti, polarizzazioni, loop visivi e cognitivi. Di fronte a questa realtà, ciò che davvero fa la differenza non è tanto la regolazione delle piattaforme — che resta necessaria ma spesso tardiva — quanto la capacità collettiva di negoziare pubblicamente il senso di ciò che accade online. Questo significa educare, ma anche costruire spazi di dibattito, promuovere voci autorevoli e curare l’ecosistema digitale come un luogo politico, simbolico e narrativo”.
Come si spiega il fatto che alcune tendenze nate come trasgressione diventino poi accettate e normalizzate dalla società?
“Effettivamente può apparire, se non si è tecnici del settore, strano o innaturale. Ma bisogna considerare che nel contesto digital, ogni devianza è una forma di narrazione alternativa che si nutre inizialmente del contrasto, della marginalità, della novità. Ma le piattaforme social — soprattutto quelle di performance come TikTok e Instagram — operano secondo logiche di assimilazione e trendizzazione: ciò che genera engagement viene spinto, ricontestualizzato e infine reso “mainstream”.
E è in quel preciso istante che la trasgressione, una volta che diventa memetica, perde il suo potere sovversivo e diventa solo una delle tante pose performative, venendo quindi normalizzata.
Questo processo, per noi tecnici, avviene in tre fasi: shock → replica → estetizzazione. Per capirci con un esempio pratico: i brand iniziano a utilizzarne il linguaggio, i creator lo codificano, i media lo legittimano.
In questa transizione, che spesso avviene alla velocità della luca, il significato originario si svuota e resta solo la forma — la devianza estetizzata, riproducibile, monetizzabile”.
Quali fattori rendono alcune tendenze “devianti” particolarmente attrattive per i giovani italiani? Si tratta di ribellione, ricerca di identità, imitazione, o altro?
“Si tratta di un mix di fattori: mi spiego meglio.
Nell’ecosistema social italiano, la devianza digitale è spesso un atto “comunicativo” più che “ideologico”. Non si tratta quindi sempre solo di ribellione, ma di ottenere visibilità immediata in un contesto dove l’attenzione è la moneta centrale, a qualsiasi costo.
I giovani italiani operano in un mercato saturato di simboli e micro-nicchie, dove distinguersi significa adottare estetiche forti, linguaggi liminali, contenuti dissonanti. In questo senso, la devianza non è altro che un shortcut narrativo: consente di esistere online in modo più netto, veloce, identificabile.
Tanto marketing, poco mercato. Tanto fumo, niente arrosto.
C’è da dire, che avendo io avuto modo di confrontarmi grazie al mio lavoro con tanti giovani in questi anni, ho dedotto che è anche un loro modo per sperimentare sé stessi in assenza di spazi di confronto reali. Senza accusare nessuno, ma la fragilità delle istituzioni educative e la mancanza di spazi di espressione pubblici fanno sì che TikTok, Instagram o Facebook diventino piazze digitali per costruire identità ibride, provvisorie e visivamente potenti. Noi “adulti” lo troviamo tutto sommato comodo, perché sembra che non ci riguardi”.
Si può parlare di una “moda della devianza”? E se sì, quali sono i meccanismi che trasformano un comportamento marginale in uno status symbol sociale?
“Assolutamente sì!
Noi digital strategist ci ritroviamo ogni giorno ad avere a che fare con una vera e propria fashionizzazione della devianza online, resa possibile ovviamente anche dalla velocità con cui le piattaforme social traducono comportamenti liminali in format e linguaggi estetici.
Il meccanismo principale è quello del loop algoritmico: un contenuto trasgressivo genera attenzione, viene ripreso da creator più influenti, viene remixato e infine diventa pattern ripetuto. A quel punto, per riprendere la sua domanda, l’estetica della devianza — che sia lo stile trap, l’hyperpop, il linguaggio da dark web o l’ironia borderline — si trasforma in uno status symbol aspirazionale, soprattutto nei contesti giovanil, diventando moda (e quindi, qualcosa che, se non emulata, ci spinge ai margini della società).
Come spiegavo prima, non si tratta nemmeno più di “fare” qualcosa di deviante, ma di “apparire” in quel modo: per fare una battuta in tema, di “indossare la devianza come filtro Instagram”. Il comportamento marginale diventa così una referenza culturale: inizialmente riconoscibile, poi addirittura monetizzabile e potenzialmente brandizzabile”.
C’è un legame tra disagio sociale e diffusione delle tendenze devianti? Oppure oggi è più una questione di visibilità e imitazione mediatica?
“Allora, qui la risposta è più complessa.
Le direi che esiste senz’altro un legame tra disagio sociale e diffusione delle tendenze devianti online, ma è un legame completamente mutato rispetto al passato.
Mi spiego meglio: se un tempo la devianza era spesso la manifestazione di una condizione materiale di marginalità (come disoccupazione, degrado urbano, abbandono scolastico), oggi il disagio assume forme più sottili, più semiotiche, più narrative appunto.
Viviamo in un ecosistema in cui l’identità si costruisce pubblicamente, in tempo reale, attraverso feed, reel, bio e caption. In questo contesto, non essere visibili, come le spiegavo prima, è diventato un nuovo tipo di esclusione.
Ne dedurrà che non possedere una narrativa digitale coerente — o meglio, non avere un’estetica, un tono, una “digital personality” riconoscibile — può generare in un giovane tanta frustrazione, spaesamento, silenzio.
È quello che noi communication manager chiamiamo “il disagio narrativo”: ovvero una forma di sofferenza non tanto economica, quanto esistenziale, che nasce dall’incapacità di “dirsi” all’interno del linguaggio dominante. Così i social diventano il miglior modo per riappropriarsi di una centralità negata.
Non si tratta più solo di fare qualcosa di deviante, ma di essere visti mentre lo si fa. Ed è qui che avviene un cambio radicale rispetto al passato.
Perché oggi questo disagio digitale non riguarda più soltanto i soggetti ai margini del sistema — ma anche i giovani apparentemente integrati, quelli che “hanno tutto”, ma non riescono a trovare spazio nei codici del racconto contemporaneo.
Le riporto un caso pratico che ho studiato a lungo: quello di una creator, salita agli onori della cronaca dopo aver pubblicato su TikTok contenuti in cui ironizzava su episodi di autolesionismo e disagio psichico.
I suoi video — spesso girati con un tono dissacrante e volutamente disturbante — hanno ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni, ma anche pesanti critiche. Alcuni li hanno letti come denuncia, altri come apologia. In realtà, si tratta di una messa in scena in cui il confine tra sofferenza reale, auto-narrazione estetica e ricerca di visibilità si dissolve completamente.
Essendo il disagio a creare il contenuto, e non viceversa, viene premiato dall’algoritmo. Questo tipo di fenomeno esiste perché l’algoritmo non funziona su base etica, ma su quella dell’ engagement.
E in un contesto privo di anticorpi culturali forti, ogni contenuto deviante ha la possibilità di diventare virale. La visibilità, così, sostituisce il senso: non importa più se ciò che esprimi è giusto, utile, autentico — importa che funzioni nel flusso, che generi reazione, e lo vediamo oggi tra i più giovani.
Nel mondo analogico, il disagio cercava risposte; nel mondo digitale, il disagio cerca follower.
Non stiamo quindi più solo parlando di povertà economica, ma anche “simbolica”, che va combattuta con spazi educativi capaci di decodificare questi linguaggi, studiarli, accoglierli.
In conclusione, secondo me, non dobbiamo temere le nuove narrazioni digitali: ma semplicemente imparare a riscriverle insieme ai nostri ragazzi”.
Bio: Digital strategist, communication manager e marketing director, ha iniziato il suo percorso con una laurea in Sociologia e in Culture Digitali e della Comunicazione, per poi specializzarsi nella comunicazione online con un background da giornalista. Ha ricoperto il ruolo di Digital Strategist per il Museo Cappella Sansevero e di producer per Media Company come Fanpage.it, Torcha e Nos (gruppo Will). Oggi affianca oltre 30 aziende italiane nella loro transizione digitale, curando strategie omnicanale, branding e produzione di contenuti. È iscritto al Mepa e supporta anche pubbliche amministrazioni nei processi di digitalizzazione e innovazione comunicativa.

















