“Qua sta ‘a mano e qua sta ‘o panaro”: elogio della lentezza contro la velocità del delivery!

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NAPOLI (Di Stefano Esposito) – «Qua sta ’a mano e qua sta ’o panaro». A Napoli basta dirlo e torna subito alla mente la tombola: il panaro dei numeri viene agitato, il piccolo foro resta sospeso sopra una mano aperta e la mano aspetta.

Non può entrare dentro, non può scegliere, non può cercare. Può soltanto stare lì e vedere quale numero il caso deciderà di lasciar cadere.

È un gesto semplicissimo e, forse proprio per questo, perfetto: qua sta ’a mano, qua sta ’o panaro. In mezzo c’è l’attesa. La fortuna. L’imprevisto.

Ed è curioso che proprio il panaro, oggetto poverissimo e quasi elementare, sia anche una delle immagini migliori per raccontare ciò che la modernità tenta ogni giorno di ridurre: il tempo che separa un desiderio dal suo compimento.

Perché c’era un altro panaro, quello calato dai balconi.

Prima ancora che inventassimo il delivery, a Napoli le cose già arrivavano a domicilio. Solo che non correvano per la città: salivano.

Dal balcone scendevano soldi, una lista, una bottiglia vuota; dal basso risalivano pane, frutta, verdura, mozzarella, medicine, il giornale, qualche commissione.

Nessuna app. Nessun rider.

Nessuna posizione in tempo reale.

«Aspetta, mo’ calo ’o panaro». E già quella parola, aspetta, sembra appartenere a un’altra epoca.

Il paniere scendeva lentamente lungo la facciata, oscillava, prendeva vento, sfiorava una persiana, qualche volta si fermava a mezz’aria. Sotto qualcuno alzava gli occhi.

Sopra qualcuno teneva la corda. In mezzo c’era il vuoto, e con il vuoto una piccola quota di rischio.

La stessa logica della tombola: la mano è pronta, ma non comanda ciò che arriverà. Aspetta.

Il negoziante fermava il panaro, prendeva i soldi, sistemava la spesa.

Il pane poteva affrontare la risalita con una certa serenità, la mozzarella chiedeva rispetto, le uova pretendevano fede. Poi uno strattone alla corda.

Era la notifica di ordine pronto. «Tira!». «Chiano!». «Aspetta!».

Il panaro ricominciava a salire, un piano alla volta, davanti alle finestre, ai panni stesi, alle vite degli altri.

E mentre saliva, tutto il quartiere poteva partecipare.

Un consiglio dal balcone, una voce dalla strada, il vicino che interveniva senza che nessuno glielo avesse chiesto.

La consegna diventava una piccola rappresentazione collettiva. Oggi il delivery è l’esatto contrario.

Non solo quello del cibo. Delivery ormai è quasi una parola d’ordine della modernità.

Ordiniamo una cena e seguiamo il rider sulla mappa. Compriamo un libro e sappiamo quando ha lasciato il magazzino. Aspettiamo un pacco e riceviamo notifiche a ogni passaggio.

Chiamiamo un’auto e conosciamo il modello, la targa, il nome di chi guida e i minuti che ci separano dal suo arrivo.

Tutto deve essere previsto, misurato, tracciato.

La modernità non sopporta che qualcosa stia semplicemente arrivando: vuole sapere dove si trova mentre arriva. E se per qualche minuto il puntino si ferma, ci inquietiamo.

Perché non si muove? Perché il corriere è ancora lì? Perché il rider ha preso quella strada?

Abbiamo conquistato una precisione straordinaria e, quasi senza accorgercene, abbiamo cominciato a considerare l’attesa un difetto. Un intervallo da comprimere. Un errore da correggere.

Un tempo morto da riempire di informazioni. “Il tuo ordine è stato ricevuto”. “Il pacco è in transito”. “La vettura è a tre minuti”. “Il corriere ha sette consegne prima della tua”.

Non basta più sapere che qualcosa arriverà. Vogliamo sorvegliarne il viaggio. Il panaro, invece, chiedeva fiducia.

La corda poteva oscillare. Il vento poteva spostarla. Una bottiglia poteva inclinarsi.

Qualcosa poteva perfino andare storto. Non era più romantico perché imperfetto, né sarebbe sensato rimpiangere un mondo in cui una sporta poteva precipitare da quattro piani.

Ma dentro quell’imperfezione c’era una diversa relazione con il tempo. Il panaro non prometteva velocità. Non prometteva esattezza.

Prometteva, al massimo, che prima o poi sarebbe risalito.

Ed era sufficiente. Il delivery contemporaneo, invece, vuole ridurre al minimo la distanza tra desiderio e possesso.

Voglio una pizza: arriva. Voglio un libro: domani.

Lo voglio prima: consegna rapida.

Lo voglio adesso: consegna immediata.

Tutto corre verso di noi.

Cibo, vestiti, farmaci, oggetti, automobili, informazioni.

E più le cose diventano veloci, più noi diventiamo impazienti.

È questo il paradosso. Non abbiamo mai aspettato così poco e forse non siamo mai stati così poco capaci di aspettare.

Il vecchio panaro rendeva invece visibile il tempo. Lo vedevi scendere. Lo vedevi fermarsi.

Lo vedevi riempirsi. Lo vedevi risalire. Il desiderio aveva una distanza e quella distanza aveva una corda.

Come nella tombola: il panaro gira, il numero è lì dentro, ma tu non puoi sceglierlo né anticiparlo.

Metti semplicemente la mano sotto il foro e aspetti che cada.

Qua sta ’a mano e qua sta ’o panaro.

La modernità vorrebbe sapere in anticipo quale numero uscirà, a che secondo cadrà e con quale probabilità.

La vita, per fortuna, continua spesso a funzionare diversamente.

Qualcosa gira sopra di noi, qualcosa prima o poi cade nella nostra mano, e non sempre possiamo sapere cosa sarà.

Forse l’elogio della lentezza comincia proprio qui: non nel rimpianto del passato, ma nella capacità di lasciare spazio a ciò che non si può accelerare.

Nell’accettare che non tutto debba essere previsto prima ancora di accadere.

Qua sta ’a mano e qua sta ’o panaro. La mano è aperta. Il numero ancora non cade.

E per qualche secondo non resta altro da fare che aspettare.

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