A Napoli, dove il Vesuvio sonnecchia come un gigante distratto e i vicoli custodiscono segreti in equilibrio fra sacro e profano, il cuore ha sempre avuto un significato che va oltre l’anatomia. Qui, mentre qualcuno – chissà, magari un infermiere in pausa – scorrazza online su BetLabel Italy, la cardiologia si rinnova ogni giorno.
Ci sono storie che si infilano sotto pelle come aghi sottilissimi: un bambino arrivato da Taranto con un cuore malato che oggi corre nei cortili del Monaldi, un anziano operaio che, dopo un infarto fulminante, ha imparato a farsi misurare la pressione come un rito quotidiano. E poi ci sono i numeri – secchi, implacabili – che raccontano la sostanza dietro le emozioni: solo nel 2022, nella provincia di Napoli, oltre 10.000 pazienti sono stati ricoverati per eventi cardiovascolari.
Ospedali che diventano fari
Il Monaldi, a guardarlo da fuori, sembra un’astronave atterrata su una collina. Una facciata che non lascia intuire il fervore che si respira dentro. Eppure, è proprio lì che un gruppo di medici e ricercatori si sta guadagnando una reputazione che ha varcato i confini d’Italia.
Il reparto di cardiochirurgia pediatrica, diretto dal dottor Guido Oppido, è uno di quei luoghi dove la scienza incontra la poesia. Nel 2021, qui sono stati eseguiti più di 250 interventi su bambini, molti con cardiopatie rare. Ogni operazione è una scommessa contro il destino – un tentativo di trasformare un cuore difettoso in un motore capace di resistere alle salite della vita.
C’è chi si meraviglia che Napoli sia diventata un polo di eccellenza, ma la verità è che questa città – da sempre capace di intrecciare arte e scienza – aveva tutte le carte in regola per farlo.
Prevenzione: un’idea che cammina di quartiere in quartiere
Non serve varcare la soglia di un grande ospedale per accorgersi che qui qualcosa sta cambiando. Negli ambulatori di quartiere – tra manifesti un po’ sgualciti e cartelli scritti a mano – la prevenzione sta diventando un’abitudine.
Nel 2022, la Regione Campania ha lanciato una campagna di screening che ha coinvolto più di 70.000 persone. Un numero che impressiona, ma che diventa ancora più significativo se si guarda alla cultura popolare: qui, fino a pochi anni fa, la pressione si misurava soltanto “quando non si stava bene”. Oggi, invece, la gente si mette in fila per controllare il colesterolo come se fosse una spesa da fare prima di tornare a casa.
Il Policlinico Federico II, sotto la guida del professor Ciro Indolfi, ha scommesso sulla telemedicina. Una parola che, detta così, sembra fredda – quasi sterile. Invece, per centinaia di pazienti costretti a vivere con lo spettro dell’ipertensione o dell’insufficienza cardiaca, si è tradotta in un filo invisibile che li tiene agganciati alla speranza.
Dati e aneddoti che disegnano un’altra Napoli
C’è un episodio che circola tra i corridoi del Monaldi come una leggenda buona: un ragazzo di 19 anni, arrivato in ambulanza con un’aritmia devastante, salvato grazie a un defibrillatore automatico posizionato – sembra un dettaglio da romanzo – nel parcheggio di un supermercato di Ponticelli. Quel ragazzo, oggi, studia infermieristica.
E i numeri non fanno che confermare una tendenza: dal 2015 al 2021, secondo l’Agenas, il tasso di sopravvivenza a un arresto cardiaco extraospedaliero è aumentato del 20% nella città metropolitana di Napoli. Merito di un lavoro paziente, fatto di corsi di formazione, nuove tecnologie e di un pizzico di cocciutaggine partenopea.
Un altro dato che sorprende è l’età dei pazienti: cresce la fascia under 40 colpita da patologie cardiovascolari. Colpa – dicono gli specialisti – di stili di vita sbagliati, di un’alimentazione che spesso abbonda di grassi e zuccheri, ma anche di una tendenza a sottovalutare i primi segnali.














