Donne nelle istituzioni, il silenzio che pesa più dell’assenza: anche quando ci sono, spesso si preferisce non vederle

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La fotografia della sala istituzionale del Consiglio regionale della Campania nella prima riunione dei capigruppo, composta esclusivamente da uomini, rilanciata nei giorni scorsi come simbolo di una politica ancora lontana dalla parità di genere, ha avuto il merito di riaprire una riflessione necessaria. Tuttavia, fermarsi all’immagine rischia di offrire una lettura parziale del problema. Perché la questione non riguarda soltanto l’assenza delle donne, ma anche – e forse soprattutto – il modo in cui la loro presenza viene ignorata, rimossa, resa invisibile.

In quella sala è presente anche l’uscente Presidente del Consiglio regionale della Campania, Gennaro Oliviero, di cui sono stata portavoce fino alla naturale conclusione del suo mandato. Un incarico fiduciario, apicale, di supporto diretto all’attività politica, che è stato affidato a una donna di soli trent’anni, campana, casertana, laureata in Filologia classica e moderna, giornalista, docente. Un dato che avrebbe potuto e dovuto essere valorizzato, come segnale concreto di apertura, merito e fiducia nelle competenze femminili e giovanili, contribuendo a raccontare un volto diverso della Campania.

Eppure, questa esperienza non ha trovato spazio nel racconto pubblico. Nessuna attenzione mediatica, nessuna valorizzazione, nessun approfondimento. Un silenzio trasversale, locale e nazionale, che interroga non solo la politica, ma anche il sistema dell’informazione e quei contesti che dichiarano di occuparsi di empowerment femminile.

Il paradosso emerge con ancor più forza quando si osserva che, a fronte di incarichi istituzionali reali e responsabilità esercitate quotidianamente, il riconoscimento pubblico continua a essere subordinato alla notorietà, alla visibilità, alla spendibilità del nome. Non al ruolo, non al merito, non alla funzione svolta.

Dopo oltre un anno dal mio incarico infatti ho provato, nel nome di tante donne spesso relegate ai margini dei luoghi decisionali – ancor più se giovani – a far emergere questo elemento. L’ho segnalato, ad esempio, a un noto Premio campano dedicato alla valorizzazione delle donne del territorio, ricevendo come risposta che non rientravo tra i profili “sufficientemente famosi”.

Ho tentato anche di sensibilizzare una collega giornalista, da sempre impegnata pubblicamente su temi di femminismo, empowerment e diritti delle donne. La risposta, tuttavia, si è limitata a un interlocutorio e mai seguito “ne parleremo con il direttore”.

Sono solo due esempi, tra i molti che potrei citare, non per spirito polemico ma per evidenziare un dato che ritengo significativo: la Campania ha avuto, con ogni probabilità, una delle più giovani portavoce di Presidente del Consiglio regionale se messa a confronto anche con altre in quello stesso arco temporale. Eppure, tutto questo non ha suscitato alcun interesse.

È qui che il dibattito sulla rappresentanza di genere mostra tutta la sua fragilità. Denunciare l’assenza delle donne è necessario, ma non sufficiente. Se le donne che entrano nei luoghi decisionali non vengono raccontate, se le loro esperienze non diventano patrimonio collettivo, se restano confinate a una dimensione silenziosa e individuale, il cambiamento resta solo formale.

Per questo la fotografia di una sala piena di uomini dovrebbe spingerci a una domanda ulteriore e più scomoda: perché, quando le donne ci sono, spesso si sceglie di non vederle? Il silenzio che le circonda continua a pesare, talvolta, più della loro stessa assenza.

Con stima,
la vostra collega Maria Teresa Perrotta.

*(Portavoce uscente del Presidente del Consiglio regionale della Campania Gennaro Oliviero).

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