NAPOLI (di F.Colucci)- I primi risultati del Vertice sull’immigrazione, tenutosi lunedì scorso a Parigi, sembrano andare in direzione di una strategia comune e condivisa per gestire l’accoglienza dei migranti nel mediterraneo.  

L’incontro, di portata internazionale, ha visto la presenza del presidente francese Emmanuel Macron, della cancelliera tedesca Angela Merkel, del premier italiano Paolo Gentiloni e del collega spagnolo Mariano Rajoy, nonchè della  responsabile della politica UE Federica Mogherini, del presidente del Chad  Deby, del premier libico Fayez al Serraj e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou. 

Tutti i presenti hanno concordato che, per contrastare le barbarie messe in atto dagli scafisti e provvedere alla realizzazione di una reale rete di accoglienza, è necessario modificare l’approccio finora adottato: di fatto, vanno riviste le regole dell’Intesa di Dublino.

Aprendo una parentesi, l’accordo regola la valutazione delle domande di asilo politico nel territorio europeo; fu siglato per la prima volta nel 1990 e corretto e rivisto l’ultima nel 2014.  L’intesa così stipulata prevede che le richieste d’asilo siano esaminate  esclusivamente dal primo Paese di arrivo: azione fattibie in caso di piccoli numeri ma impossibile da mettere in pratica di fronte gli esodi di massa. 

Cosa è successo? Grecia e Italia, principali Paesi di approdo, si sono trovati impreparati e isolati dalla comunità europea nella gestione di un fenomeno di portata enorme; fatto che, di conseguenza, ha scatenato anche tensioni politiche e diplomatiche fra gli Stati membri. 

Se è vero, infatti, che l’immigrazione è un fenomeno strutturale, per il quale non esistono soluzioni immediate, l’incontro tenutosi all’Eliseo apre una prospettiva differente, chiedendo a gran voce una presa di responsabilità collettiva e suggerendo una linea di azione che, sul piano europeo, coinvolge Italia, Francia, Spagna  e Germania in modo equanime.  

Sembrerebbe, quindi, che da Parigi, inizi a soffiare un nuovo vento: se Merkel ha immediatamente riconosciuto che “i paesi di arrivo sono sfavoriti, visto che non c’è solidarietà reale”, per Macron  “Riformare il sistema Dublino è necessario e va fatto in fretta” e, inoltre, “la cooperazione fra Italia e Libia in tema di immigrazione è un ottimo esempio verso cui tendere”.  In questa scacchiera di volontà umanitarie, interessi economici ed equilibri politici, forse segna un punto a suo favore Gentiloni: forte dell’accordo con le tribù meridionali della Libia, per mezzo del quale a suon di sovvenzioni  è rinforzata la sorveglianza dei confini e delle arterie principali, ha fortemente sostenuto in Europa la linea della “strategia comune: lo sforzo per gestire i flussi migratori va consolidato” oltre che condiviso.

Chissà se i leader europei hanno ben riflettuto: il sistema che rende orgoglioso il belpaese ha prodotto una riduzione dell’onda migratoria perchè, nella sua concretezza, prevede un triplice sbarramento per arrivare al Mediterraneo e moltissimi migranti rischiano ancora di più la vita. 

Nello stretto corridoio libico, dopotutto, “la caccia ai migranti è diventata più remunerativa rispetto al loro sfruttamento” (G. Di Feo, 2017).

Tornando al Vertice, la richiesta italiana di politiche di cooperazione e accoglienza “europeizzate”, abilmente utilizzata da Macron, si intreccia con il bisogno espresso dai Presidenti Africani di un piano di intervento che tenga in considerazione la salvaguardia delle vite umane: “il nostro problema è la povertà” spiega Deby “la meglio gioventù africana mette a rischio la propria vita spinta da povertà, disoccupazione, mancanza di risorse”. 

La discussione si chiude con un duplice risultato: la proposta di azioni finalizzate alla collaborazione fra Stati, che prevede l’identificazione dello status di migranti e rifugiati già nei Paesi di transito, onde scardinare le vuote promesse degli scafisti; e l’annuncio di Federica Mogherini dello stanziamento di 50mln della UE per una missione militare nel Sahel, al fine di contrastare il traffico di esseri umani. 

Resta da capire quali siano i veri interessi geopolitici in gioco, con l’augurio che non sia un’operazione per “fermarli a casa loro” (Miraglia, 2017). 

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