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Campi Flegrei, il geologo Sammartino: “Ormai è tardi. Bisognava lavorare tempo addietro”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – La scossa avvenuta ieri poco prima delle 13 ha riacceso di nuovo la paura e l’ansia dei cittadini di tutta l’area flegrea. Una crisi bradisismica che sembra proprio non volersi fermare. 4.6 la magnitudo del sisma con epicentro a Bacoli, a mare, fortunatamente. Il terremoto però ha portato con sé anche dei danni; uno fra tutti il crollo che ha interessato Punta Pennata, uno smottamento che poteva recare dei grossi danni, visto che a quell’ora molte persone erano sulla spiaggia per fare il bagno e godere un po’ del sole estivo. Ma ormai sappiamo bene che il sisma è imprevedibile e non avvisa mai.

Fortissima e lunghissima la scossa. La più forte degli ultimi quarant’anni, che va ad aggiungersi a quella del marzo scorso. E come ogni volta che avviene un forte terremoto la domanda che i cittadini si pongono è sempre la stessa: “Per quanto tempo ancora potrà andarci bene?”. A rispondere alle nostre domande il geologo Gaetano Sammartino che in questa intervista farò un po’ chiarezza in merito a quanto (non) è stato fatto, con ritardo, quali sono le previsioni e cosa dobbiamo aspettarci.

Secondo lei, cosa dobbiamo aspettarci adesso? Prima si parlava di un sisma massimo di magnitudo 4.4, poi siamo passati a 5. Cosa ci aspetta ancora in questa crisi bradisismica? E soprattutto: come possiamo proteggere le coste, che sono così fragili?

“È una bella domanda, e c’è tanto da fare. Purtroppo non possiamo fare previsioni: non possiamo prevedere i terremoti. Al massimo possiamo cercare di interpretare la magnitudo e gli effetti che queste energie, che si sviluppano dal sottosuolo, possono causare non solo sulle strutture costiere come quella di Punta Pennata, che ieri è crollata, ma soprattutto sugli edifici e quindi sulle persone che ci abitano.

Non abbiamo ancora una conoscenza esatta su come si generi l’energia sismica né su come l’accelerazione sismica interagisca con le strutture edilizie. Bisognerebbe adeguare i fabbricati, ma qui stiamo parlando di sismicità. Se parlassimo invece di una potenziale eruzione, il discorso cambierebbe completamente”.

Gli edifici sono già, in gran parte, lesionati, pieni di crepe. Per quanto tempo ancora possono reggersi in piedi, considerando che il tremolio è sempre più forte? Quella di ieri è stata una scossa fortissima e lunghissima. Per quanto ancora possiamo andare avanti senza che ci siano catastrofi?

“Sarei un mago se potessi dirle che quell’edificio o quell’altro crollerà domani o al prossimo evento. Questo non si può dire. Si possono però effettuare verifiche puntuali e precise. Tali verifiche devono tener conto dell’energia che si sviluppa e di come questa interagisce con le strutture.

Ma ripeto: non basta fare le verifiche, poi bisogna anche adeguare queste strutture che subiscono continue sollecitazioni, perché ciò può determinare crolli. Ogni tanto qualche fabbricato – magari i più fatiscenti – crolla proprio per questa ragione.

Queste però sono operazioni che si sarebbero dovute realizzare in tempi di “pace”, non durante una crisi sviluppata come quella che stiamo vivendo ora. Purtroppo siamo in ritardo. Queste azioni si sarebbero dovute mettere in atto molto tempo fa. I Campi Flegrei hanno già avuto una crisi negli anni ’70, una negli anni ’80, e dal 2005 a oggi è stato un crescendo di criticità.

Ultimamente, queste criticità si manifestano con più frequenza e precisione. Avremmo avuto tutto il tempo per mettere in sicurezza, almeno dal punto di vista sismico, gli edifici. Ma, purtroppo, così non è stato”.

Se addirittura crolla anche Punta Pennata, mi viene in mente il sisma dell’Abruzzo quando morirono tutti quei bambini. Secondo lei c’è il rischio che si possa ripetere lo stesso errore, come accadde lì?

“Sì, siamo già in ritardo. Però, se parliamo del futuro – anche se ci auguriamo non accada mai – dobbiamo comunque distinguere. Io parlo soprattutto dei Campi Flegrei.

Il terremoto che si è verificato in Abruzzo nel 2002 è un terremoto causato dalla dinamica dell’Appennino, dal movimento delle placche che, ogni tanto, provoca delle rotture. Sono terremoti con un’origine e una dinamica diversa. Infatti, si sviluppano a profondità sicuramente superiori rispetto a quelli dell’area bradisismica.

Quindi, anche se i due fenomeni sembrano simili, in realtà sono diversi. Teoricamente, quindi, ciò che è accaduto in Abruzzo nel 2002 è difficilmente ipotizzabile qui.

Detto questo, la fenomenologia dei terremoti è completamente diversa, ma ciò non toglie che il perpetuarsi di queste continue sollecitazioni possa causare dei crolli. Almeno in questa fase, bisogna fare in modo che le persone che abitano in edifici con vistose problematiche dal punto di vista statico vengano allontanate, per evitare tragedie”.

Molti esperti parlano anche di un rischio vulcanico, quindi di un’eruzione. Secondo lei questo rischio è concreto, alla luce della situazione attuale, o dobbiamo aspettarci solo altre scosse più intense?

“Non possiamo fare previsioni. Al momento, la crisi riguarda solo la sismicità. Non ci sono segnali o valori tali da far pensare a una probabile eruzione. Dal punto di vista tecnico, possiamo affermare con certezza una cosa: il nostro sistema di monitoraggio è tra i più avanzati al mondo.

Questo dovrebbe rassicurarci, almeno in parte. Perché nel caso in cui si rilevassero segni precursori di un’eventuale eruzione, questa strumentazione fornirebbe le giuste indicazioni per attivare il piano di evacuazione, che prevede l’allontanamento della popolazione nelle 72 ore precedenti all’evento.

Quindi, certezze assolute non ne abbiamo. L’unica vera certezza è proprio la rete di monitoraggio esistente”.

Speriamo mai, ma il piano di evacuazione resta problematico, visto che ora stanno cominciando i lavori sulle rampe delle uscite di emergenza. Sarebbe un vero caos, nel caso accadesse qualcosa. Spero che non succeda nulla proprio adesso che si sta lavorando su queste vie di fuga.

“Infatti, speriamo che ci sia il tempo di completare questi interventi, che sarebbero sicuramente molto utili per consentire uno smaltimento rapido della popolazione residente. Possiamo solo augurarci che tutto vada per il meglio. Ma se dovesse succedere qualcosa, è chiaro che si dovrà fare tutto il possibile per allontanare subito le persone in pericolo”.

Dopo la scossa di ieri, lo sciame sismico è terminato. Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime ore? Avendo scaricato l’energia, come ci hanno insegnato, possiamo stare più tranquilli o dobbiamo continuare a vivere tra paura e agitazione?

“Capisco benissimo la paura e la preoccupazione: sono assolutamente legittime. Possiamo dire che, quando si libera un’energia così forte – come nel caso di un terremoto di questa magnitudo – teoricamente l’energia accumulata viene dissipata. Quindi si va incontro a un periodo di relativa tranquillità, come normalmente avviene.

Abbiamo registrato un’attività simile a settembre 2023, con una magnitudo di 4.2. Anche a marzo – precisamente il 13 marzo – c’è stato un evento uguale, inizialmente registrato come 4.2 poi corretto a 4.6. E a maggio ce n’è stato un altro di 4.4.

Quindi, diciamo che c’è quasi una cadenza bimestrale. Possiamo solo ipotizzare che, ogni due mesi, si possa verificare un terremoto di questo tipo. Non possiamo dire altro. Dobbiamo affidarci alla strumentazione, continuare a fare controlli, evacuare chi è in pericolo e cercare di mitigare la situazione quanto più possibile”.

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