NAPOLI (Di Stefano Esposito) – Ci sono campioni che si ricordano per i trofei. E poi ci sono uomini che restano nella memoria collettiva per ciò che hanno rappresentato. Franco Baresi apparteneva a questa seconda categoria.
È morto a 66 anni lo storico capitano del Milan, il leggendario numero 6 che ha attraversato vent’anni di carriera indossando un’unica maglia, trasformando la fedeltà in un valore prima ancora che in una scelta sportiva.
Da bambino lo chiamavano “Piccolino”. Quel soprannome, nato per la sua corporatura minuta, sembrava quasi una sfida al destino. Perché quel ragazzino sarebbe diventato un gigante del calcio mondiale: elegante, intelligente, impeccabile negli anticipi, leader silenzioso e riferimento assoluto della difesa milanista.
Con il Milan ha disputato vent’anni in rossonero, vincendo tutto ciò che un calciatore può sognare e diventando una bandiera autentica, il simbolo di un club che ancora oggi identifica il numero 6 con il suo nome.
Le rivalità sportive hanno spesso diviso le tifoserie, ma non i grandi uomini.
Diego Armando Maradona nutriva per Baresi un rispetto profondo. Al termine di una sfida tra Napoli e Milan, i due si scambiarono le magliette e Diego indossò quella del capitano rossonero.
Un gesto semplice, ma capace di raccontare più di mille parole. Era il riconoscimento tra due fuoriclasse che parlavano la stessa lingua: quella del talento e dell’onestà sportiva.
Baresi non aveva bisogno di alzare la voce. Bastava la sua presenza. Guidava la difesa con autorevolezza, anticipando gli avversari prima ancora che il pallone arrivasse. In un calcio che cambiava velocemente, lui rimase fedele ai suoi principi: lavoro, disciplina, umiltà e rispetto.
Per questo oggi il cordoglio supera ogni appartenenza. Perché quando c’è lealtà, non esiste rivalità. Resta soltanto l’ammirazione per un uomo che ha onorato il calcio con serietà dentro e fuori dal campo.
Ciao Franco. Persona seria, grande giocatore e autentica bandiera del Milan. Il tuo numero 6 continuerà a ricordarci che la grandezza non si misura soltanto con le vittorie, ma soprattutto con l’esempio.


















