NAPOLI (Di Stefano Esposito) – Fa male dirlo, ma ormai non sorprende più. L’Italia perde ai rigori contro la Bosnia e resta fuori dal Mondiale. Ancora. Per la terza volta consecutiva. E stavolta il peso è forse ancora più grande, perché il traguardo era lì, a pochi metri, quasi nelle mani.
La partita era iniziata come doveva: goal di Moise Kean, energia, la sensazione di poter finalmente chiudere un cerchio.
Poi il solito corto circuito. L’errore in uscita, il rosso ad Alessandro Bastoni, la squadra che si abbassa e perde sicurezza. La Bosnia cresce, pareggia, trascina tutto fino ai rigori.
E lì, ancora una volta, l’Italia si scioglie.
Non è solo una questione tecnica. È qualcosa di più profondo. È una Nazionale che nei momenti decisivi si blocca, si irrigidisce e sembra avere più paura di perdere che voglia di vincere.
I rigori diventano lo specchio perfetto: rincorse esitanti, sguardi bassi, conclusioni senza cattiveria. Dall’altra parte, invece, freddezza e convinzione.
E così il Mondiale resta un miraggio.
Tre edizioni consecutive senza Italia non sono più un incidente. Sono un segnale. Forte, chiarissimo. Il calcio italiano non è più quello di una volta. Non è più centrale, non è più dominante, forse non è nemmeno più davvero temuto.
E poi c’è un altro dato, ancora più amaro: un’intera generazione crescerà senza sapere cosa significhi tifare l’Italia in un Mondiale. Senza quelle sere d’estate che fermavano tutto, senza quelle emozioni collettive che univano un Paese.
Le “notti magiche” diventano sempre più un racconto, quasi una leggenda.
Oggi i ragazzi guardano altro, vivono altro.
I cortili sono vuoti, i Super Santos dimenticati, il calcio consumato più che vissuto. E allora viene da chiedersi: quanto pesa davvero questa assenza?
Forse tantissimo. O forse meno di quanto pensiamo.
Ma una cosa è certa: l’Italia non può permettersi di abituarsi a questo. Perché il rischio più grande non è perdere ancora, è smettere di sentire che stiamo perdendo qualcosa di importante.

















