Quanto siamo davvero liberi di pensare con la nostra testa? E quanto, invece, il giudizio degli altri condiziona silenziosamente le nostre scelte?
Da questi interrogativi nasce La mente degli altri, il saggio di Lisa Di Giovanni, giornalista, scrittrice e laureata in Psicologia, pubblicato da Edizioni Jolly Roger con la prefazione del professor Francesco Pira. Un viaggio tra conformismo, bisogno di approvazione, dinamiche di potere e relazioni nell’epoca digitale.
In questa intervista, l’autrice racconta la genesi del libro e riflette su un paradosso profondamente umano: abbiamo bisogno degli altri per diventare noi stessi, ma rischiamo di perderci proprio nel tentativo di essere accettati.
In una società in cui siamo costantemente esposti al giudizio degli altri, quanto siamo ancora liberi di pensare, scegliere e costruire la nostra identità senza lasciarci condizionare dalle aspettative esterne?
“Mi piacerebbe poter rispondere che siamo completamente liberi, ma sarebbe una risposta rassicurante e poco realistica. Nessuno di noi costruisce la propria identità in isolamento. Fin dall’infanzia impariamo a conoscerci attraverso gli sguardi, le parole e le aspettative delle persone che ci circondano.
Il problema non è essere influenzati, perché l’influenza sociale è inevitabile e spesso persino necessaria. Il problema nasce quando non ci accorgiamo più di quanto le aspettative altrui stiano orientando le nostre decisioni.
Pensiamo a quante volte abbiamo rinunciato a esprimere un’opinione per evitare una discussione, oppure abbiamo scelto una strada perché sembrava quella socialmente più accettabile. Non sempre si tratta di grandi rinunce. A volte sono piccoli adattamenti quotidiani che, sommati nel tempo, finiscono per allontanarci da ciò che desideriamo davvero.
Nel libro sostengo che la libertà non coincida con l’assenza di condizionamenti, ma con la capacità di riconoscerli.
Non possiamo impedire agli altri di guardarci e giudicarci. Possiamo, però, evitare che il loro giudizio diventi l’unico criterio con cui valutiamo noi stessi”.
Nel libro affronta temi come il bisogno di appartenenza, il conformismo, gli stereotipi, l’esclusione e le dinamiche di gruppo. Quanto può essere sottile il confine tra il desiderio di sentirsi parte di una comunità e la rinuncia alla propria individualità? E quali segnali dovremmo imparare a riconoscere per non adeguarci acriticamente al pensiero dominante?
“Il bisogno di appartenenza è profondamente umano. Abbiamo bisogno di sentirci accolti, riconosciuti e parte di qualcosa. Sarebbe sbagliato considerarlo una debolezza. Una comunità può rappresentare una risorsa straordinaria, offrirci sostegno e permetterci di crescere attraverso il confronto.
Il confine diventa pericolosamente sottile quando, per continuare a farne parte, cominciamo a rinunciare alla possibilità di dissentire. Uno dei segnali che considero più significativi è l’autocensura. Quando una persona smette di porre domande, nasconde le proprie perplessità o finge di condividere un’opinione soltanto per non essere esclusa, qualcosa nel rapporto tra individuo e gruppo si è incrinato.
C’è poi un altro elemento: la trasformazione del dissenso in tradimento. Nei gruppi più rigidi, chi esprime una posizione diversa non viene considerato un interlocutore, ma una minaccia. Eppure, una comunità matura dovrebbe essere capace di accogliere il confronto senza pretendere l’uniformità.
Personalmente diffido dei contesti nei quali tutti sembrano essere sempre d’accordo. Non perché il consenso sia necessariamente falso, ma perché l’assenza di domande può essere il sintomo di una libertà che si sta restringendo”.
Un capitolo importante della sua riflessione riguarda la società digitale, nella quale consenso e approvazione vengono spesso misurati attraverso follower, commenti e reazioni. Secondo lei, i social network si limitano ad amplificare meccanismi psicologici già esistenti oppure stanno modificando profondamente il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri? E quali conseguenze può avere tutto questo soprattutto sulle nuove generazioni?
“Credo che le due cose convivano. I social network non hanno inventato il desiderio di essere ammirati, la paura dell’esclusione o il confronto con gli altri. Questi meccanismi appartengono alla storia delle relazioni umane. Hanno però introdotto qualcosa di profondamente nuovo: la possibilità di misurare pubblicamente il consenso e di essere esposti a uno sguardo potenzialmente continuo.
Un tempo il giudizio sociale aveva confini più riconoscibili. Oggi una fotografia, un commento o un’opinione possono raggiungere persone che non conosciamo, essere estrapolati dal contesto e continuare a circolare nel tempo. Il rischio è che la visibilità venga confusa con il valore personale.
Se un contenuto riceve molte reazioni, siamo portati a considerarlo importante; se passa inosservato, possiamo interpretare quel silenzio come una forma di svalutazione. Per le nuove generazioni la questione è particolarmente delicata, perché una parte significativa della costruzione dell’identità avviene anche negli ambienti digitali.
Il confronto con immagini selezionate delle vite altrui può alimentare aspettative irrealistiche e rendere più difficile accettare la propria imperfezione. Non vorrei, però, cadere nella tentazione di demonizzare la tecnologia. I social offrono opportunità straordinarie di apprendimento, partecipazione e relazione.
Il punto è educare a comprenderne i meccanismi. Ai giovani non serve soltanto qualcuno che dica loro quanto tempo trascorrere davanti a uno schermo.
Serve soprattutto qualcuno che li aiuti a distinguere ciò che vedono da ciò che è reale e il consenso digitale dal proprio valore come persone”.
Quanto incidono il contesto familiare, l’ambiente sociale e il bisogno di riconoscimento nelle scelte di chi arriva a compiere comportamenti devianti? Comprendere questi meccanismi può aiutarci a prevenire determinati fenomeni senza giustificare le responsabilità individuali?
“Incidono, ma sarebbe scorretto considerarli spiegazioni automatiche o sufficienti. Il comportamento umano nasce dall’interazione di molteplici fattori e non possiamo ricondurre una condotta deviante a una sola esperienza familiare, a un determinato ambiente sociale o al bisogno di approvazione.
Ciò che mi interessa sottolineare è che nessuna scelta avviene completamente fuori da un contesto. Le norme apprese, i modelli osservati, il rapporto con l’autorità e il desiderio di essere riconosciuti possono contribuire a rendere alcuni comportamenti più accettabili agli occhi di chi li compie.
Pensiamo a un adolescente che partecipa a un atto di umiliazione collettiva. Potrebbe non averlo mai compiuto da solo, ma all’interno del gruppo il bisogno di appartenenza può prevalere sulla capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Comprendere questi processi è fondamentale per la prevenzione, soprattutto in ambito educativo.
Significa intervenire sulle norme implicite, sulla cultura del gruppo e sulla capacità di assumersi responsabilità individuali. Ma vorrei essere molto chiara su un punto: comprendere non significa assolvere.
La conoscenza delle influenze sociali non cancella la responsabilità personale. Al contrario, ci permette di riconoscere con maggiore precisione dove e come sia possibile intervenire prima che un comportamento diventi distruttivo”.
Quando un comportamento deviante viene normalizzato dal gruppo, quanto diventa difficile per il singolo riconoscere che sta superando un limite?
“Può diventare estremamente difficile, soprattutto quando il comportamento viene introdotto gradualmente e trova una giustificazione condivisa. Uno dei meccanismi più insidiosi è proprio lo spostamento progressivo dei confini di ciò che consideriamo accettabile.
Una battuta offensiva viene liquidata come uno scherzo, un’esclusione viene presentata come una scelta inevitabile, un’umiliazione diventa una tradizione del gruppo.
A forza di ripetere un comportamento, si rischia di smettere di interrogarne il significato. In queste situazioni interviene anche la diffusione della responsabilità. Se tutti partecipano, il singolo può percepire il proprio contributo come marginale. E se nessuno protesta, quel silenzio può essere interpretato come una conferma della legittimità di ciò che sta accadendo.
È un aspetto che considero particolarmente importante perché ci ricorda quanto sia fragile la convinzione di essere sempre capaci di riconoscere il male quando lo incontriamo. Non sempre un comportamento sbagliato si presenta in modo evidente. Talvolta assume la forma rassicurante di una consuetudine.
Per questo ritengo essenziale educare al dubbio e alla responsabilità delle proprie azioni.
Dovremmo imparare a chiederci non soltanto se un comportamento sia condiviso dagli altri, ma quali conseguenze produca e se saremmo disposti a sostenerlo anche fuori dalla protezione del gruppo”.
Lei unisce una formazione in Psicologia all’esperienza giornalistica e professionale nel mondo della comunicazione. In che modo questi percorsi si sono incontrati nella scrittura di La mente degli altri? E quanto l’osservazione della realtà, delle relazioni e delle dinamiche di potere, anche negli ambienti lavorativi, ha contribuito alla costruzione del saggio?
“Direi che questo libro rappresenta proprio il punto d’incontro tra le diverse esperienze che hanno accompagnato la mia vita professionale e personale. La formazione in Psicologia mi ha insegnato a guardare oltre l’apparenza dei comportamenti e a interrogarmi sui processi che li influenzano.
Il giornalismo mi ha educata all’osservazione, all’ascolto e alla necessità di verificare ciò che sembra evidente. L’esperienza nel mondo professionale, invece, mi ha permesso di osservare quotidianamente quanto le relazioni incidano sulle possibilità delle persone di esprimersi e di sentirsi riconosciute.
Il mondo del lavoro, da questo punto di vista, è un osservatorio privilegiato. In una riunione possiamo assistere a dinamiche di conformismo, leadership, influenza e autocensura senza che nessuno le riconosca esplicitamente.
Mi ha sempre colpito, per esempio, quanto il peso attribuito a un’opinione possa dipendere dal ruolo di chi la esprime, indipendentemente dalla qualità dell’idea. Oppure quanto sia difficile, in alcune organizzazioni, ammettere un errore senza temere che venga interpretato come un segno di incompetenza.
Nel libro dedico una parte specifica a queste dinamiche perché credo che parlare di benessere organizzativo significhi anche interrogarsi sulla distribuzione della parola, sul riconoscimento del contributo individuale e sulla qualità delle relazioni professionali.
Un’organizzazione può dichiarare di valorizzare le persone, ma sono i comportamenti quotidiani a rivelare quanto quella dichiarazione corrisponda alla realtà.
La psicologia sociale ci aiuta proprio a osservare questa distanza tra ciò che diciamo di essere e ciò che, concretamente, permettiamo agli altri di diventare”.
Il libro non si limita alla riflessione teorica, ma propone casi, domande di autoriflessione, laboratori di consapevolezza e strumenti operativi. Come ha lavorato per tradurre concetti della psicologia sociale in un linguaggio accessibile anche a chi non possiede una preparazione specialistica? E che cosa spera che il lettore riesca a mettere in discussione di sé dopo aver terminato la lettura?
“Ho cercato di partire dalla vita quotidiana, perché sono convinta che la psicologia sociale sia già presente nelle nostre esperienze molto prima che impariamo a darle un nome.
Una persona che rinuncia a esprimere un’opinione durante una riunione, qualcuno che si sente inadeguato osservando le vite apparentemente perfette degli altri, un individuo che accetta una decisione soltanto perché proviene da una figura autorevole: sono situazioni che possono diventare il punto di partenza per comprendere meccanismi complessi.
La scelta di inserire casi, domande di autoriflessione e strumenti operativi nasce dal desiderio di trasformare la lettura in un’occasione di osservazione personale. Non volevo che il lettore arrivasse alla fine di un capitolo pensando esclusivamente a quanto fossero condizionabili gli altri. Sarebbe stato fin troppo facile.
La domanda più interessante è un’altra: quando mi sono comportato anch’io in questo modo? Credo che il valore della divulgazione consista anche nella capacità di rendere accessibile la complessità senza banalizzarla. Ho cercato di mantenere il riferimento alla ricerca scientifica, evitando però che il linguaggio diventasse una barriera.
Quanto al risultato, non mi aspetto che il lettore termini il libro sentendosi finalmente immune dal giudizio o dalle influenze sociali. Mi auguro piuttosto che sviluppi una maggiore attenzione verso i propri automatismi.
Vorrei che imparasse a distinguere un fatto da un’interpretazione, una scelta autentica da una decisione dettata dalla paura di deludere, un’appartenenza capace di arricchirlo da una relazione che gli chiede continuamente di ridimensionarsi.
E, soprattutto, vorrei che si concedesse il diritto di cambiare idea.
Perché la coerenza non dovrebbe trasformarsi nell’obbligo di restare per sempre fedeli a una versione di noi stessi che non ci rappresenta più”.
Quali sono i suoi prossimi progetti editoriali? C’è un tema, magari legato alle relazioni umane, alle trasformazioni sociali o al rapporto tra individuo e collettività, che sente oggi il bisogno di approfondire ulteriormente attraverso la scrittura?
“Ho diversi progetti in lavorazione, perché evidentemente non sono ancora riuscita a convincermi che le giornate abbiano soltanto ventiquattro ore. La scrittura poetica continua ad accompagnarmi, soprattutto attraverso gli haiku, una forma espressiva che amo perché obbliga a osservare con attenzione ciò che normalmente attraversiamo distrattamente.
Dopo Haiku – Centomila stagioni di cuore e Dai-Ni-Kan – Centomila stagioni dell’anima, sto continuando a esplorare questo percorso. Parallelamente, sto lavorando anche alla narrativa. Uno dei progetti ai quali tengo particolarmente è Visualizzato e scomparso, una commedia sentimentale che affronta con ironia le contraddizioni delle relazioni contemporanee, dal ghosting alle ambiguità affettive.
Potrebbe sembrare un cambiamento radicale rispetto a La mente degli altri, ma in realtà il filo conduttore è molto simile: il bisogno di riconoscimento, le aspettative, il potere che attribuiamo allo sguardo altrui e la difficoltà di sottrarci a relazioni che finiscono per condizionare la nostra percezione di noi stessi.
Soltanto che, questa volta, ho deciso di affrontare certi comportamenti con una buona dose di sarcasmo. Del resto, dopo aver cercato di comprendere a lungo la mente umana, credo sia legittimo concedersi anche il diritto di riderne.
Continuo a essere attratta dalle contraddizioni delle persone, soprattutto da quella distanza, talvolta sorprendente, tra ciò che dichiarano e ciò che fanno. Credo che continuerò a scrivere proprio di questo.
Delle relazioni che ci cambiano, delle parole che ci condizionano e di quella continua ricerca di equilibrio tra il desiderio di essere amati e la necessità di non smarrire noi stessi.
In fondo, è una domanda che attraversa tutto il mio lavoro: quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo pur di sentirci accettati?”














