NAPOLI – Domenica 3 aprile 2022 alle ore 18.00 prosegue la Stagione da Camera del Teatro di San Carlo con un nuovo appuntamento interamente dedicato alla produzione musicale francese dei primi vent’anni del Novecento.

Il programma infatti prevede l’esecuzione di Prélude, marine et chanson per flauto, violino, viola, violoncello e arpa di Guy Ropartz, della Sonata per violino e violoncello e di Introduzione e allegro per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi di Maurice Ravel e della Sonata per flauto, viola e arpa di Claude Debussy.

Protagonista la formazione composta da Giuseppe Carotenuto e Nicola Marino (Violini), Antonio Bossone (Viola), Luca Signorini (Violoncello), Silvia Bellio (Flauto), Mariano Lucci (Clarinetto), Viviana Desiderio (Arpa).

GUIDA ALL’ASCOLTO
A cura di Dinko Fabris

Questo elegante programma, incentrato sulla produzione musicale francese dei primi vent’anni del Novecento, dimostra le straordinarie capacità di un insieme cameristico, misto di archi e fiati, che può scomporsi e ricomporsi nelle formazioni più varie, dal duo al trio, al quintetto e fino al settimino, con risultati timbrici sempre sorprendenti.
Claude Debussy divenne un modello per i musicisti francesi del primo Novecento, suo malgrado. Pur proseguendo le esperienze dei grandi maestri del Conservatorio di Parigi, dove aveva studiato, si era sempre tenuto lontano dagli organismi ufficiali dalle società “nazionali”, rifiutando anche la definizione di esponente dell’impressionismo in musica. Negli ultimi anni della sua vita, coincidenti con il clima angoscioso della prima guerra mondiale, mentre la sua salute peggiorava e mostrava già i segni del male incurabile che lo avrebbe portato alla fine, Debussy mostrò sempre più forte il suo interesse per la musica del passato, la grande epoca “classique” (non si parlava a quel tempo di barocco per il Seicento francese) di Lully, Couperin e gli altri musicisti del tempo. Nel 1915 Debussy intraprese la composizione delle Six sonates pour divers instruments ed aggiunse sul frontespizio «composte da Claude Debussy, musicista francese»: la punta di esaltazione nazionalista di questa firma, oltre che del clima di guerra, risente in qualche modo proprio della sua ammirazione per la grande stagione della musica francese del passato. La Sonata n.2 per flauto viola e arpa in Fa maggiore è la più eccezionale e la più ammirata delle tre che riuscì a portare a termine prima della scomparsa, per la sapiente miscela di forma classicheggiante e sonorità dell’avvenire. La formazione cui aveva pensato originariamente comprendeva l’oboe, sostituito poi dalla viola con un evidente effetto di maggiore intimismo e melanconia. Fin dal primo tempo, una Pastorale in tre parti, l’amalgama sonoro tra i tre strumenti si dimostra perfettamente realizzato. L’Interludio (Tempo di Minuetto) presenta tra le due parti di minuetto il classico Trio al centro, e si conclude con un perfetto unisono dei tre strumenti. Nel Finale è il flauto a proporsi con slancio come trainante, in un ritmo sempre più vorticoso che solo nella parte centrale si addensa in armonie sovrapposte di sapore politonale, poi si conclude in tonalità maggiore, non senza aver citato il tema iniziale della Pastorale affermando la ciclicità dell’intera Sonata.
Il legame tra Debussy e Ravel va oltre il modello stilistico e costituisce uno dei punti di maggiore forza del rinnovamento artistico francese tra Otto e Novecento. Non per caso la prima di due sonate per violino e violoncello composte da Ravel a partire dal 1920 ebbe una anticipazione su un numero speciale della “Revue musicale” di quell’anno dedicata alla memoria di Debussy. Questa Sonata in Do maggiore fu eseguita per la prima volta nell’aprile 1922 ma senza alcun successo. Eppure più tardi Ravel, nel suo Schizzo autobiografico, dichiarò di considerare la Sonata un punto di svolta nella sua produzione musicale, per una serie di innovazioni tecniche: semplificazione formale estrema rinunciando alle armonie più fascinose e orientando invece i suoi interessi sempre più verso la melodia anche oltre i confini della tonalità. Lo dimostra la struttura dei quattro movimenti, intitolati solo con gli andamenti dinamici, dei quali tre sono in una tonalità di partenza di la minore ma resa “dorica” dalla presenza del Fa diesis, creando dunque un collegamento interno dei vari tempi fino al finale “Vif”, gioioso e in forma di rondò, ma tonalmente ambiguo nell’oscillazione tra Do maggiore e La minore. All’interno della composizione Ravel fa ricorso ad armonie cromatiche, arpeggi, modulazioni da maggiore a minore, sezioni in pizzicato, glissando, con sordina, bicordi, linee cantabili e rapide variazioni, crescendi e accelerandi, e a sorpresa rapidi cambi ritmici tra binario e ternario, alla maniera della musica popolare. Insomma tutte le risorse che, grande sforzo virtuosistico degli esecutori, rendono piena e varia la struttura di un brano per due strumenti tradizionalmente considerati solo melodici.
Ben diverso era lo spirito con cui Ravel aveva composto quasi vent’anni prima la sua Introduction et Allegro in Sol maggiore per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi, nonostante qui si avverta ancor più fortemente l’influenza di Debussy (e si noti il riferimento diretto alla Sonata in Fa maggiore debussyana nella scelta dell’arpa e del flauto). Nel risultante settimino di Ravel è l’arpa la vera protagonista, trattata come concertante: nella prima esecuzione avvennuta a Parigi nel 1907 quella parte fu interpretata da Micheline Kahn. Sia l’arpa che il flauto sono strumenti associati fortemente alla sensibilità compositiva di Debussy, pensando naturalmente a brani come Prelude à l’apres-midi d’un faune che dalla prima esecuzione del 1894 aveva affascinato la nuova generazione del tempo di Ravel (e teniamo conto che Debussy lo aveva in origine concepito come un trittico che voleva intitolare Prelude, Interlude et Paraphrase, titolo cui sembra voler riportare quello raveliano di Introduction et Allegro). Nel clima di graduale distacco dall’ambiente accademico ufficiale di quegli anni dobbiamo anche considerare che proprio nel 1905, quando Ravel compose questo brano, aveva saputo di essere stato escluso per la quarta volta dal prestigioso “Prix de Rome” e reagì rifugiandosi nel nuovo clima elegante e rarefatto della maniera debussyana, scrivendo brani come la Sonatina, Miroirs, il Quartetto in Fa ed il poema per voce e orchestra Shéhérazade. Ravel fu particolarmente soddisfatto del suo divertissement, Introduzione e Allegro, tanto che ne curò personalmente nel 1906 una versione per arpa e pianoforte e poi una per soli due pianoforti. Pur tenendo al centro, come dicevamo, l’arpa di cui sono impiegate magistralmente tutte le risorse, Ravel miscela con maestria la sua tavolozza timbrica inserendo in maniera naturale sia il flauto che il clarinetto, mentre il blocco degli archi è alternativamente usato come accompagnamento accordale ma anche con guizzi di protagonistmo melodico dei vari componenti. L’Introduzione lenta contiene tre temi legati tra loro in forma ciclica. Da una variante del secondo tema parte l’Allegro con un solo di arpa al quale gradualmente si aggiungono gli altri strumenti. L’episodio finale “più vivo” si prolunga in una coda. Nonostante l’interesse sia fortemente timbrico e melodico, la forma è ancora quella della sonata classica, ma emerge tutta l’eleganza dello stile personalissimo di Maurice Ravel.
Anche l’ispirazione di partenza di Guy Ropartz fu fortemente influenzata da Debussy oltre che dal suo maestro Franck, compositore bretone che non dimenticò mai l’amore per la sua terra d’origine pur avendo studiato con i grandi maestri del conservatorio di Parigi (fu direttore del Conservatorio di Nancy, una succursule di quello di Parigi, dal 1894 al 1919, poi per dieci anni del conservatorio di Strasburgo). Si definiva infatti un “bretone celtico”, soggiogato dalle leggende popolari che affiorano nelle sue composizioni, sotto la patina stilistica debussyana. E la sua Bretagna domina infatti l’atmosfera marittima della sua composizione in tre parti Prélude, Marine et Chanson, nata a Strasburgo nell’inverno del 1928. In realtà era stata scritta per il Quintette instrumental de Paris, composto dai cinque strumenti che impiega il brano, e sotto la delicata semplicità popolare “celtica” l’opera rivela un equilibrio formale da maestro che impegna i solisti ad un alto livello tecnico. Nel Prélude, dopo un’introduzione, appaiono due temi: uno suonato dal flauto accompagnato dall’arpa, l’altro dagli strumenti a corda. Il pezzo intermedio, Marine, evoca quella costa bretone bagnata dal mare, evocato alla Debussy da melodie di flauto, viola e da arpeggi dell’arpa. Il titolo di Chanson esprime bene l’aspetto formale del brano successivo, costruito in realtà di tre parti che fanno rimbalzare la melodia della canzone dalla viola al flauto e ancora alla viola. Con questo omaggio ulteriore alla grande stagione di Debussy si può considerare giunto a conclusione lo slancio innovativo di quella generazione: Maurice Ravel avrebbe concuso la sua esistenza nove anni più tardi, mentre si andavano affermando a Parigi i nuovi talenti del “gruppo dei sei” (Milhaud, Honeger, Poulenc, Tailleferre, Auric e Durey).

TEATRO SAN CARLO

domenica 3 aprile 2022, ore 18:00
ROPARTZ/RAVEL/DEBUSSY/RAVEL

Violino | Giuseppe Carotenuto♮♮
Violino | Nicola Marino♮♮
Viola | Antonio Bossone♮♮
Violoncello | Luca Signorini♮♮
Flauto | Silvia Bellio♮♮
Clarinetto | Mariano Lucci♮♮
Arpa | Viviana Desiderio♮♮

♮♮ Professori d’Orchestra del Teatro di San Carlo

Programma
Guy Ropartz, Prélude, marine et chanson per flauto, violino, viola, violoncello e arpa
Maurice Ravel, Sonata per Violino e Violoncello
Claude Debussy, Sonata per flauto, viola e arpa
Maurice Ravel, Introduzione e allegro per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi

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