NAPOLI (Di Stefano Esposito) – La storia che ruota attorno a Falsissimo ha smesso da tempo di vivere solo dentro lo schermo di uno smartphone. Adesso tocca anche i locali della movida, destinatari di una comunicazione con cui Mediaset avrebbe invitato i gestori a prestare attenzione a eventuali serate con Corona, suggerendo una forma di vigilanza preventiva su ciò che potrebbe essere detto dal palco.
A replicare è stato l’avvocato Ivano Chiesa, che in un video ha contestato apertamente il senso della lettera: «Il gestore di una discoteca cosa dovrebbe fare? Mettere un tappo in bocca a Corona?». Secondo il legale, una richiesta di questo tipo finirebbe per generare timore nei titolari dei locali, che potrebbero scegliere di rinunciare all’evento pur di evitare possibili responsabilità. In questo modo, a suo avviso, l’effetto concreto sarebbe quello di impedire a Corona di lavorare, spostando la questione dal piano della tutela reputazionale a quello della libertà professionale.
Il quadro si inserisce in una tensione già molto alta. Mediaset, infatti, ha annunciato l’intenzione di avviare un’azione civile in cui chiederà un risarcimento di 160 milioni di euro, ritenendo che i contenuti diffusi abbiano prodotto danni significativi all’immagine dell’azienda e delle persone coinvolte. Un passaggio che sposta ulteriormente il baricentro dello scontro, aggiungendo al piano mediatico e a quello giuridico anche una dimensione economica rilevante.
La vicenda, così, sembra allargarsi oltre il tema dei video online e toccare una questione più ampia: dove si colloca il limite tra la tutela della reputazione e il rischio di creare un clima che possa scoraggiare attività professionali e libertà di parola anche in contesti dal vivo.















