NAPOLI – “Conosco una storia nascosta e silenziosa, per nulla appariscente, poco visibile agli occhi degli uomini e ai riflettori delle telecamere.

È la storia minima e tenace, discreta e coraggiosa di una Chiesa che quotidianamente la camorra la guarda in faccia, dritta negli occhi e senza piegare la schiena”.

Sono le parole di Don Mimmo Battaglia arcivescovo di Napoli nella lettera dal titolo “Voi, come fiumi carsici”.

“É la storia di preti che in certi territori dove l’unica legge sembra essere quella della sopraffazione e della violenza hanno fatto delle loro parrocchie avamposti credibili e autorevoli in difesa della dignità umana. Preti che dinanzi alla cappa omertosa della sovranità mafiosa non arretrano neanche di un centimetro e propongono in alternativa la logica “eversiva” di spazi comuni da recuperare alla bellezza dello stare insieme, perché la tendenza all’isolamento alimentata dalla paura della camorra si vince solo con il gusto della condivisione e del fare comunità.

Preti che si sentono chiamare “sbirri” perché con franchezza e “parresia” non hanno timore a ricordare che la denuncia è l’altra faccia dell’annuncio, perché il Dio di Gesù di Nazareth è lo stesso che attraverso il profeta Ezechiele ci dice “se tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io chiederò conto a te” (Ez 33,8).

È la storia di religiosi e religiose che non si limitano ad aspettare il ritorno del figliol prodigo, ma gli stanno dietro, seguono i suoi passi, non gli danno tregua nel ricordargli lo sperpero che sta facendo della sua vita, e spesso trasformano la cella carceraria della pena in un crocevia di tormento e di speranza: tormento per il male sul quale finalmente apre gli occhi, speranza per una vita che si fa sempre in tempo a riprendere in mano.

Uomini e donne di vangelo costretti però anche ad ingoiare spesso i bocconi amari dell’incomprensione e dell’insulto perché chi viene sollecitato a mettere in discussione la propria esistenza fatta di sangue e di morte si ribella, non accetta e non manda giù le parole chiare e per questo dure di chi senza esitazioni e diplomazia gli ricorda che ha venduto l’animo al diavolo.

Non voglio girarci intorno.

Io lo so che queste storie silenziose e anonime non attenuano per nulla la chiassosa responsabilità per i silenzi di non pochi uomini di Chiesa dinanzi all’arroganza e alla prepotenza della camorra; non voglio negare l’imbarazzante tentativo di un certo pensiero ecclesiastico di sminuire e minimizzare questo problema con la solita affermazione che l’evangelizzazione non può appiattirsi sulla lotta alla mafia, e lungi da me il tentativo di proporre i santini dei preti impegnati, o addirittura di chi ci ha rimesso la vita come don Peppe Diana, come paraventi insanguinati da mostrare all’occorrenza.

In coscienza, però, sento semplicemente il dovere di restituire merito e onore a quei preti e religiosi che in silenzio vivono il proprio ministero incarnando il vangelo del “si si, no no” (Mt 5,37): quel vangelo che non ti fa scendere a patti con nessuno, che ti fa essere di parte perché hai scelto di schierarti con i più deboli rivendicando per loro quei sacrosanti diritti che i mafiosi e i potenti trasformano invece in favori da chiedere in elemosina, quel vangelo che ti invita a sporcarti le mani perché se sogni un mondo giusto e una società libera dalle mafie quelle mani non puoi tenerle in tasca.

E io di preti con le mani sporche di vangelo ne conosco tanti!

Per questo ho preso carta e penna. Per dirvi grazie.

Non so se siete una sparuta minoranza o molti di più di quello che si possa immaginare, so solo che voi siete quella profezia di cui oggi ha sempre più bisogno questa nostra amata e tormentata Città, siete i pilastri ben conficcati nella roccia e per questo nascosti su cui tutti insieme ci stiamo impegnando per costruire la casa di una nuova umanità, e siete come fiumi carsici, quei fiumi cioè che scavano più di altri e quando poi escono allo scoperto più di altri trasformano il volto di un territorio. Ma vi scrivo anche per chiedervi di spronarmi se doveste accorgervi di una mia eccessiva prudenza dinanzi alle lacrime innocenti della prepotenza mafiosa e di trasmettermi la vostra “parresia” se anche io talvolta dovessi girarmi dall’altra parte, e di accompagnare e sostenere i passi di quei nostri confratelli che non poche volte continuano a preferire la neutralità alla profezia e il silenzio rassicurante allo scomodo grido di libertà che viene dal Vangelo.

Grazie fratello parroco, che ogni giorno attraverso il tuo servizio pastorale testimoni la bellezza del vangelo, annunciandone le esigenze di giustizia e di bene, raccontando a tutti coloro che incontri nella tua chiesa e per le strade del tuo quartiere che è possibile vivere una vita bella nella sequela del Signore, perché il camminare dietro a lui conduce alla vita, a differenza della camorra che è un cammino di morte, di tenebre.

Grazie giovane presbitero, che doni le energie dei primi anni del tuo ministero a raccogliere tanti bambini, ragazzi e giovani per mostrare loro che è possibile sognare e trasformare i sogni in realtà nella misura in cui si cammina insieme, prendendosi per mano, nella gioia e nell’impegno: un po’ come avviene nell’oratorio dove svolgi il tuo servizio e che diventa non solo scuola di santità ma baluardo di impegno civico, difesa dalle mani della malavita che pure desirerebbe sfruttare la tua giovane età.

Grazie a te fratello religioso e sorella religiosa, perché hai compreso che la tua consacrazione a Dio non può essere mai disgiunta dall’impegno a favore dell’uomo, e soprattutto dell’uomo ferito, emarginato, tentato: quante storie hai ascoltato, quante volte la periferia è diventata il tuo chiostro e una piazza di spaccio il luogo della tua preghiera, quante vite cerchi ogni giorno di sottrarre, lontano dai riflettori, alle maglie mortifere delle mafie e dell’ingiustizia.

Grazie a te giovane, che semini l’entusiasmo dell’impegno civile nella tua comunità parrocchiale, che traduci il vangelo con l’alfabeto dell’impegno politico, associativo, sociale, diventando per i tuoi coetanei un segno di speranza e un riferimento sicuro. Quanti ragazzi e ragazze per seguire la tua allegria hanno resistito ad altre proposte che li avrebbero condotti lontano dai sentieri della giustizia e della legalità.

Grazie a te fratello, sorella, che indipendentemente dal tuo ruolo nella chiesa e nella società o perfino dalla fede di appartenenza, percorri ogni giorno a testa alta e senza paura il sentiero della giustizia, della denuncia, della solidarietà, senza grandi proclami ma con azioni piccole e quotidiane che, goccia dopo goccia, scavano nuovi spazi e possibilità di rinascita tra i detriti lasciati qua e la dalle mafie.

E in ultimo grazie a te, fratello e sorella, che sproni la chiesa ad essere sempre più fedele al vangelo, criticando quanto in esso è ancora intriso di neutralità e timore. E nel dirti grazie ti chiedo anche di camminare insieme, di non lasciarci soli, di prenderci per mano superando steccati e diffidenze per servire insieme la causa della giustizia, del bene, della civiltà fondata sull’amore”.

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