SALERNO – E’ nato come un esperimento, dal desiderio di Elio Macinante e Roberto Lumino di ri-vivere l’esperienza del Jazz-club, la mini rassegna del Bahr giunta già al suo terzo appuntamento, dopo gli accorsati concerti dell’Armanda Desidery Quartet e del Pietro Condorelli Trio Vision. Venerdì 9 dicembre, alle ore 21,45, la terza serata in jazz alla Stazione Marittima, negli spazi Bahr saluterà in pedana, il Trio di Salerno, che giocherà in casa, schierando tre cognomi della nostra grande tradizione musicale: Sandro Deidda al sassofono tenore e soprano e clarinetto, GuglielmoGuglielmi, al pianoforte e Aldo Vigorito al contrabbasso. Semplicemente “Tre”, come l’ultimo lavoro prodotto e rinnovato pretesto per mettersi a nudo e rivelare la propria anima musicale non solo all’ascoltatore, ma principalmente a se stessi. E’ questa la formazione “preferita” dai tre musicisti insieme si da ragazzi che si conferma un non-luogo musicale dove ritrovarsi, recuperare creatività ed energie, per esprimere le proprie idee sicuri di trovare riscontro e condivisione. Un incontro in cui la ricerca della cantabilità non legata al genere e il gusto del contrappunto garantiscono un interplay che viene da lontano, quindi, fuori dal comune. I loro padri furono investiti dal vento di quel jazz, che sbarcò con gli americani. Certi talenti musicali che cercavano una propria via verso nuove concezioni d’espressione, non potevano non lasciarsi sedurre da un genere di musica che uno dei suoi più grandi interpreti, Gene Krupa (drums) definisce “…eccola davanti a voi in ogni suo aspetto: mettetela come volete. Una bellezza che è insieme stracciona e cordiale, sfrontata e perfida, e che ha senza dubbio il suo fascino”. L’ essenza del Trio è quella di riconoscere quella traccia cercando sempre di superarsi, unico modo di progredire in musica, ponendo al servizio di se stesso e del pubblico la sua generosa creatività, unita a sobrietà, eleganza, musicisti a tutto tondo, latori di un’ espressione che meglio ha saputo catturare lo spirito, le inquietudini ma anche le epifanie del nostro mondo, dall’inarrestabile dinamismo, in quella lettura particolare che è quella del livello “intramusicale”, in cui i musicisti dialogano tra di loro sulla base di sensibilità e competenze condivise generanti quello scambio comunicativo e sociale complesso, in cui l’Uomo mette in gioco le proprie idee, unitamente a quelle dell’ascoltatore attraverso un costante signyfin(g), ovvero appropriazione, rielaborazione e restituzione commentata – non di rado in forma di rovesciamento risignificante – di un materiale appartenente al proprio o ad un altro universo culturale. La loro esperienza è oggi al servizio degli studenti del conservatorio e Sandro Deidda ha rivelato che vede il Bahr e l’intera stazione marittima, come una novella “Lighthouse” ovvero quel bar che dal 29 maggio del 1949 cominciò ad essere quasi una “casa” del jazz, nel momento in cui, il proprietario John Levine permise al bassista / leader della band Howard Rumsey di iniziare delle jam session domenicali L’esperimento fu un successo. Rumsey divenne manager del club poco dopo e mise insieme una house band chiamata Lighthouse All-Stars, in cui passarono, incisero e suonarono tutti i capiscuola del tempo, Chet Baker, Gerry Mulligan e Miles Davis.

Shorty Rogers, Richie Kamuca, Bill Holman, Bud Shank, Shelly Manne e Jimmy Giuffre, Max Roach e ancora, Art Pepper, Lee Morgan e tantissimi altri. Noi uomini della fine ereditiamo il concetto di spazio come extensio, con esso Cartesio pensava lo spazio quale pienezza e continuità della materia e quindi quale medium del movimento, del tendere avanti a sé, quale sinonimo dell’amplificazione. Il Bahr potrà considerarsi così il segno, nel suo divenir parola, suono, per i tanti musicisti, già affermati e i tanti giovani che cominceranno a farsi conoscere proprio da qui, che diventa di-segno, archè, principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero che, per essere se stesso deve discernere, giudicare, orientarsi, criticare e che a cominciare da questa sperimentale rassegna, potrà restituire qualcosa di una drammaturgia segreta, nella quale cominceranno ad annodarsi rapporti empatici, nascite, emozioni, che porteranno tutti noi a fare parte della scena.

Guglielmo Guglielmi, pianista, compositore e arrangiatore con precedenti con il Campania Jazz Quartet, poi con il blues e la fusion di Napoli Centrale capitanata da James Senese, successivamente con Tullio De Piscopo, con Tony Esposito e moltissimi altri nomi di levatura nazionale della musica leggera e docente al Conservatorio di Salerno.

Aldo Vigorito, contrabbassista e compositore, ha affiancato il suo nome e fornito il proprio supporto contrabbassistico a quasi tutti i maggiori jazzisti operando in ambito nazionale e internazionale. Difficile fare nomi, più semplice dire che qualunque musicista si sia trovato ad esibirsi a sud di Roma e abbia avuto bisogno dell’apporto di un contrabbassista “a tutto tondo” ha scelto Aldo Vigorito. Insegna al Conservatorio di Salerno.

Sandro Deidda, saxofonista, diplomato in clarinetto e composizione jazz e laureato al D.A.M.S. di Bologna, ha spaziato in quasi tutti i settori della musica. Appartenente a una famiglia che annovera al suo interno numerosi virtuosi musicisti polistrumentisti, tra cui anche altri valentissimi saxofonisti, non gli è mancata una sorta di goliardica competizione interna, seppure bonaria e positiva, che gli ha consentito vantaggiosi scambi di ricche esperienze artistiche. Da sempre appassionato di jazz si è dedicato intensamente a questo genere ma ha avuto frequenti esperienze in ambito di musica leggere in numerose trasmissioni televisive di grande successo. E’ docente di jazz al Conservatorio di Salerno.

Serata di chiusura venerdì 16 dicembre con il Daniele Scannapieco Quartet, composto dal leader al sassofono tenore, Tommaso Scannapieco al contrabbasso, Michele Matino al pianoforte eLuigi Del Prete alla batteria, un progetto molto affiatato, dotato di un grande interplay e una spiccata vocazione al mainstream, che fa diventare un saggio di bop in grande stile, con decise inflessioni hard-bop.

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