Direttore | Michele Mariotti
Maestro del Coro | Marco Faelli Programma Franz Schubert, Sinfonia n. 8 in si minore, D 759 "Incompiuta" Franz Schubert, Messa n. 6 in mi bemolle maggiore, D 950   Soprano | Alessandra Marianelli Mezzosoprano | Monica Bacelli Tenori | Alessandro Luciano, Anicio Zorzi Giustiniani Basso | Michele Pertusi Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo Teatro di San Carlo Sabato 2 Aprile 2016, ore 20.30 (Turno S) Domenica 3 Aprile 2016, ore 18.00 (Turno P)

NAPOLI – Dopo Otello di Verdi, sabato 27 novembre alle ore 20.00 Michele Mariotti sarà nuovamente sul podio del Teatro di San Carlo, alla guida dell’Orchestra del Massimo napoletano col pianista Alessandro Taverna per l’inaugurazione della Stagione di Concerti 2021/2022.
In programma l’ouverture da Der Freischütz di Carl Maria von Weber, il Concerto per pianoforte n.21 in Do maggiore K 467 di Wolfgang Amadeus Mozart,
e la Sinfonia n. 7 in La maggiore, Op.92 di Ludwig van Beethoven.

In ambito sinfonico Michele Mariotti è salito sul podio dell’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia, dell’Orchestre National de France, dei Münchner Symphoniker, dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, della Filarmonica Arturo Toscanini di Parma, de I Pomeriggi Musicali di Milano, dell’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, degli Essener Philharmoniker, dell’Orchestra Haydn ha diretto all’Auditorium del Lingotto di Torino, al Festival di Peralada, al Liceu di Barcellona, al Teatro Real di Madrid, al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, all’Ópera de Tenerife, al Festival de Radio France a Montpellier e al Festival de Saint-Denis.

Alessandro Taverna si è affermato a livello internazionale al Concorso Pianistico di Leeds nel 2009: «Il pubblico, all’improvviso, è stato pervaso da una solenne bellezza: sono stati impeccabili minuti di intensa poesia!» ha detto il quotidiano britannico The Independent quando ha eseguito il Primo concerto per pianoforte di Chopin. Da allora la sua carriera lo ha portato ad esibirsi in tutto il mondo nelle più importanti sale e stagioni musicali: Teatro alla Scala di Milano, Teatro San Carlo di Napoli, Musikverein di Vienna, Royal Festival Hall e Wigmore Hall di Londra, Gasteig di Monaco, Konzerthaus di Berlino, Philharmonic Hall di Liverpool, Sala Verdi e Auditorium di Milano, Bridgewater Hall di Manchester, Auditorium Parco della Musica di Roma.

Il concerto di sabato 27 novembre è sostenuto dagli imprenditori del progetto Concerto d’Imprese.

Dalla guida all’ascolto di Guido Salvetti
nel programma di sala del concerto del 27 novembre 2021:

Il concerto odierno presenta tre capolavori del periodo di passaggio tra classicismo e romanticismo. L’”opera romantica” Der Freischütz di Carl Maria von Weber fu rappresentata a Berlino il 18 giugno 1821, dopo lunga gestazione. Ma l’ouverture fu composta di getto poco prima della messinscena conservando negli anni una sua indipendente e ininterrotta vitalità in sala da concerto.
L’interesse per questo brano sinfonico poggia su due quasi opposte ragioni: da un lato vi convergono molte delle suggestioni, non meno musicali che letterarie, che è invalso chiamare proto-romantiche (magie, spettri, dèmoni); dall’altro vi si ammira una rara efficacia formale: con una durata inferiore ai 10 minuti, racchiude un incalzante e appassionato Allegro (in do minore / mi bemolle maggiore) tra un Adagio introduttivo e una stretta finale, entrambi in do maggiore.
Quasi quarant’anni prima Wolfgang Amadeus Mozart aveva presentato al pubblico di Vienna il suo Concerto per pianoforte e orchestra in do maggiore, n. 21 KV 467. Documento mirabile della piena maturità di Mozart, che integra nella sua formazione rococò la serietà appresa nelle mattine di musica antica, che lo avevano portato a scrivere anche lui, come l’ammirato Johann Sebastian Bach, fughe e contrappunti. Questa scrittura severa si era già fusa nella sua scrittura sinfonica fin dai tempi della Sinfonia in re maggiore “Haffner” del 1782 e aveva contribuito – declinandosi in termini comici – alla pienezza della sua scrittura nel Singspiel Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) che decretò la sua trionfale ascesa nella considerazione della città di Vienna. Iniziò allora una stagione felice, tra il 1783 e il 1787, nella quale Mozart ha composto 14 concerti per pianoforte. La scelta di fondo per queste composizioni fu definita dallo stesso autore nella famosa frase, scritta al padre rimasto a Salisburgo: «Sono esattamente una via di mezzo tra il troppo difficile e il troppo facile; brillanti, gradevoli all’orecchio, naturali senza cadere nel vuoto. Qua e là potranno soddisfare gli intenditori ma sempre in modo tale che anche gli incompetenti ne provino piacere senza sapere perché». Si noti però che questa eccessiva sottolineatura della gradevolezza va capita per corrispondere alle aspettative di successo e di danaro di cui Leopold sembrava molto preoccupato. In realtà proprio il nostro concerto, il n. 21 KV 167 in do maggiore, ci permette di capire quanta sapienza e quanta complessità si celino dietro la grande piacevolezza del tutto. Il primo movimento, soprattutto, può sicuramente – per usare le parole dell’autore – “soddisfare gli intenditori” per la solidità dell’impianto formale. Il primo tema, pur gradevolmente scolpito all’interno dell’accordo di do maggiore, sorregge tutto il brano, con molteplici modifiche di tonalità e di estensione, fino alle ultime battute. Nonostante questo, zampillano altre idee tematiche soprattutto quando entra il pianoforte, che aggiunge alla trama sinfonica piacevolezze che sgorgano da passaggi veloci ed esibizioni di bravura. Notevole quindi, dopo l’impostazione orchestrale basata sul primo tema, la dolce effusione del secondo tema, costruito (quasi si potrebbe dire) su un seguito di carezzevoli gesti discendenti. Altrettanto notevole è il tessuto orchestrale che avvolge l’”esibizione” pianistica, con la multipla presenza di idee secondarie, tra cui una sorta di richiamo (la prima volta affidato ai due fagotti) da cui si dipanano i lunghi percorsi che portano alla conclusione – rispettivamente – della prima parte e del primo movimento nella sua interezza.
Cronologicamente a metà strada tra i brani di Mozart e di von Weber si colloca la Sinfonia n.7 il la maggiore op.92 di Ludwig van Beethoven.La Settima Sinfonia fu concepita e scritta in un lungo periodo tra il 1809 e il 1812, anni tra i più travagliati per la vita della città di Vienna percorsa in ogni modo da venti di guerra fino all’occupazione militare il cui cannoneggiamento tormentò allo spasimo l’udito malato di Beethoven. Ancor più che nell’occupazione precedente, quella del 1805, questa del 1812 gli sconvolse la vita: allora per lo scarso esito del Fidelio, ora per la fuga da Vienna di tutti i suoi nobili protettori e sovvenzionatori. Dall’inflazione che allora si scatenò, dimezzando la sua rendita, Beethoven sul piano finanziario non si risolleverà mai più. Si può quindi ben capire come da questa sinfonia emerga un sentimento che potrebbe persino definirsi rabbioso e caparbio, lontanissimo con ciò non solo – come è ovvio – dalle visioni idilliache della quarta e della sesta sinfonia, ma anche dalla virile esibizione di forza espressa nella terza sinfonia e, ancor più, nella quinta sinfonia, il cui finale sembra appellarsi a una reazione eroico-militare fiduciosa nella vittoria contro le insidie e le avversità di ogni tipo: personali, collettive e, perché no?, universali.
Nel cielo della Settima non trova spazio, a mio parere, un qualche orizzonte di luce. Eppure Beethoven accettò di buon grado di offrire questo suo documento di arte “in tempore belli” per soccorrere orfani e vedove dei molteplici e ininterrotti conflitti che avevano resa drammaticamente tragica la vita di una città un tempo gioiosa e spensierata. Ora, nel 1813, si rivelava ancora ingannevole la speranza che l’armata di Napoleone potesse essere stata colpita a morte con la sconfitta alla Beresina e alla battaglia di Lipsia. Quell’armata era riuscita ancora a vincere i suoi nemici nella battaglia di Hanau ed riuscì a riparare in Francia dopo aver inflitto agli asburgici coalizzati con i bavaresi 9.000 perdite tra morti e prigionieri. Ma almeno una vittoria, dopo Lipsia, poteva ancora essere celebrata: l’armata inglese, comandata da Wellington, aveva inferto un duro colpa ai napoleonici in Spagna, nella pianura su cui sorge la città dal nome ben augurante di Vittoria. E Beethoven non aveva mancato di scrivere una “sinfonia” nel cui titolo si celebravano sia quel generale, sia quella città spagnola. Fu carica di significato perciò la scelta di Beethoven di inserire nello sterminato programma del concerto nella sala dell’Università di Vienna, quell’8 dicembre del 1813, sia la Settima Sinfonia, sia la Sinfonia “a programma” La battaglia di Vittoria.
Una riflessione su questo contesto ci induce a ridimensionare – o almeno a focalizzare meglio – la troppo nota osservazione di Wagner che parlò, a proposito della Settima, di “apoteosi della danza”. Va esclusa cioè ogni qualità di leggerezza e di gaiezza, che al concetto di danza possono essere riferite. Va cioè esaltata, in quella visione, il riferimento a un movimento cosmico, che appartiene e determina le sorti dell’umanità. L’Allegro con brio conclusivo rappresenta il punto culminante di tutte le scelte anti-graziose e anti-cantabili dei primi tre movimenti. Il tema principale si presenta come una sequela di gesti roteanti che conducono a un’aggressiva fanfara di ottoni. Di tutto il Beethoven sinfonico questo è il momento in cui la musica sprigiona la massima violenza. Beethoven stesso, nelle sue opere successive, abbandonerà questa sua scelta, per porsi su un crinale opposto: quello della smaterializzazione e dell’astrattezza.

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