NAPOLI – Alla musica tocca il compito di fornire dei viaggi fantastici e onirici, tra elementi che appartengono alla memoria individuale e storica, attraverso cui la pittura di Sergio Vecchio diviene scavo del ricordo personale e di una natura “originaria”, o dell’età primordiale, permeata dal mito e dalla sapienza poetica, che ingentilisce l’interpretazione magica e divinatoria del mondo. Sergio ripensa il mito, l’antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell’avanguardia e della citazione, translandola e reinterpretandola per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell’uomo contemporaneo, dando vita ad una vera e propria mitologia moderna. La fenomenologia del classico entra, con dirompente energia, nella galassia del contemporaneo. Essa lo accoglie, senza più peso, per produrre accordi imprevisti, combinazioni inattese, instaurando un movimento dialettico con esso, all’insegna della duttilità, della metamorfosi permanente, dell’invenzione. Far musica nel e per il segno mediterraneo di Sergio Vecchio, la cui retrospettiva “L’impronta dorica nel segno contemporaneo”, allestita dalla famiglia e da Gabriella Taddeo, ospite dell’ex convento di San Michele, promossa dall’Associazione “Opificio Crea” e dall’associazione “HERA creativa”, con patrocini morali della Carisal, del Comune e della Provincia di Salerno, significa riattivare il mito di essa, ovvero la spaccatura tra gli strumenti di Dioniso e Apollo, fiati e corde. Per far questo Olga Chieffi, curatrice della serata (giovedì 22 febbraio ore 18) si è affidata ai depositari della nostra tradizione musicale, al continuum della scuola di fiati rappresentata dai flautisti Antonio Senatore e Mario Montani, dagli oboisti Antonio Rufo e Giusepe Feraru, dal trombettista Raffaele Alfano, dal violinista Luca Gaeta, dal violoncellista Mauro Fagiani e dal percussionista Gerardo Avossa Sapere all’hangdrums, maestri che incontriamo abitualmente nel golfo mistico del Verdi, nelle istituzioni musicali o nelle sale da concerto. Da Debussy a Mozart, passando per Donizetti, Telemann, Morricone e Bach, sino alla tromba sola nelle sue diverse sfaccettature e il climax dell’hang, verrà schizzata una cartografia sonora che sovvertirà le certezze, invece di fissare coordinate precise. L’invito a “Venire a vedere” la mostra verrà dalla tromba di Raffaele Alfano: Elisir d’amore di Gaetano Donizetti I atto scena quarta: nella piazza del villaggio, tra il via vai di gente indaffarata, una cornetta annuncia l’arrivo di un “gran signore”, con un motivo indelebile, squillante in 3/8, un richiamo irresistibile: arriva Dulcamara. Niente è più fluido ed evocativo di un paesaggio acustico, perché dai suoni trapelano storie, con la loro densità affettiva e la loro costitutiva eccedenza, rispetto al tempo e ai luoghi. Niente è più vibrante di un corpo d’acqua, sulle cui rotte avviene la diaspora di ritmi, melodie, tonalità: il Mediterraneo. Raffaele dedicherà a questa idea il tema d’amore tratto da “La leggenda del Pianista sull’Oceano”, firmato da Ennio Morricone,musica che ha la capacità di entrare, e soprattutto rimanere, nel cuore di chi ascolta, con l’ampiezza della sua linea melodica, il colore delle armonie e uno sviluppo che può richiamare alla memoria certa produzione romantica del secondo Ottocento. Gerardo Avossa Sapere ci inizierà al suono dell’Hang drum, note suonate, note sparse, un suono metallico, caldo, leggero, particolare, quasi fatato. L’aulos lo strumento a doppia ancia sarà rappresentato da Antonio Rufo al corno inglese e dal suo allievo Giusepe Feraru all’oboe, con una trascrizione particolare della Sonata in La minore di George Philippe Telemann TWV 41a3 per Oboe e basso continuo in un’alternanza di movimenti concitati e altri più distesi, ma che in ogni momento ben evidenziano le abilità virtuosistiche degli esecutori, in cui il piacere per la bellezza del canto incontra raffinati giochi polifonici di non facile realizzazione, mentre nella linearità di alcune tessiture melodiche echeggiano sonorità quasi italiane. Nei tempi e nei luoghi di Sergio, tra dee, animali, paesaggi e uccelli, saremo guidati dal suono dei flauti di Antonio Senatore e del suo allievo Mario Montani. Sarà proprio Mario Montani ad eseguire Syrinx di Claude Debussy quella sua aderenza alla natura stessa del flauto, che ne diventa di fatto il linguaggio peculiare; e, come tale, assume ben presto le caratteristiche di un “vocabolario” comunemente accettato, cui compositori ed esecutori attingono, talvolta inconsapevolmente. Il compositore allo stesso modo, di Sergio Vecchio riporta il mondo del mito al presente: il suo fauno è colto, non senza una certa ironia, nell’atto di danzare – altro elemento caro a Debussy e alla sua visione profondamente religiosa dell’arte; ma quella danza è mossa da una cadenza animalesca e spietatamente meccanica a un tempo. Il timor panico vi risuona in due forme: quella, ancestrale, dell’umanità nuda davanti alla Natura e al mistero dell’Essere; e quella, figlia dei tempi più recenti e del ventesimo secolo in particolare, che nasce dalla meraviglia provata di fronte alla potenza della macchina e della tecnologia, che è, in ultima analisi, quella dell’uomo perdutosi nella contemplazione di se stesso. Mario schizzerà in musica anche gli uccelli di Sergio, proprio quelli che si sono posati sul pannello donato alla fondazione, attraverso le note del Camille Saint-Saens di Le carnaval des anìmaux, con la melodia velocissima del flauto, crea l’atmosfera aerea e frenetica di una Voliera. In duo col suo maestro quattro trascrizioni per due flauti dal Die Zauberflote di Wolfgang Amadeus Mozart, accoglieremo Papageno, con la sua aria di sortita Der Vogelfanger bin ich ja, quella semplice strofetta in sol maggiore, il tono della futilità, col giochetto del flauto di Pan, per quindi passare al terzetto Du feines Taubchen, nur herein, nel Palazzo di Sarastro, tra Pamina, Monostato Il Moro schiavo di Sarastro e figura negativa e Papageno clima da commedia tra lo schiavo libidinoso che vuol approfittare di Pamina svenuta e Papageno in grande spolvero, per il quale ritorna la figuretta di cinque note, e incontriamo ancora lo schiavo Monostatos che accenna la melodia Das klinget so herrlich. Non poteva mancare l’ Astrifiammante della seconda aria Der Holle Rache kocht in meinen Herzen, che aleggia acrobatica, oscura, latrice di quell’estremo virtuosismo che echeggia tra gli spazi siderali. Finale con le corde, care ad Apollo, con il violinista Luca Gaeta in duo col violoncellista Mauro Fagiani. “Guida veridica, mediante la quale si indica ai dilettanti della tastiera… un metodo chiaro, non soltanto per imparare a suonare correttamente a due voci, ma anche, con ulteriori progressi, a procedere giustamente e bene a 3 parti obbligate, e inoltre ad ottenere non solo delle buone ìnventiones, ma anche a ben eseguirle, e soprattutto ad acquistare nell’esecuzione una maniera cantabile e ad impadronirsi di un solido gusto nei confronti della composizione” Questa la premessa autografa di Johann Sebastian Bach alle 15 invenzioni a due voci, BWV 772-786, dalle quali i due strumentisti sceglieranno un saggio di queste miniature didattiche, tre invenzioni e due fughe, che assumeranno poi le differenti forme di una fantasia creativa continuamente mutevole, dove ars e scientia si congiungono con esiti di superiore consapevolezza.

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