NAPOLI (Di Anna Calì) – Tappa fissa per chi passeggiava lungo via Roma con in mano una sfogliatella appena sfornata o il celebre occhio di bue al cioccolato. Un profumo inconfondibile che si diffondeva lungo la strada e che per generazioni di napoletani ha rappresentato molto più di una semplice pausa dolce: era un rito, un ricordo d’infanzia, un pezzo di città.
Dopo una lunga attesa, lo storico Pintauro, tempio della sfogliatella napoletana fondato nel 1785, si prepara a riaprire le sue porte. L’obiettivo della nuova gestione è chiaro: restituire a Napoli un luogo simbolo della sua identità gastronomica e culturale.
Qual è il significato storico e culturale della riapertura di Pintauro?
“Più che incentivare qualcosa di nuovo, questa riapertura rappresenta una continuità. Pintauro è sempre stato un luogo che, storicamente e culturalmente, ha fatto parte della città. È nato alla fine del Settecento, nel 1785, ed è sempre stato un punto di riferimento. Con questa riapertura vogliamo continuare questa storia e, in un certo senso, restituire a Napoli un luogo storico di incontro e di produzione culturale, anche attraverso i prodotti che Pintauro realizza”.
Cosa l’ha spinta a riprendere in mano lo storico locale?
“Tutto è partito quasi per caso. Durante una mia attività immobiliare ho visto questi locali messi in vendita. Quando li ho visitati non ho trovato nessuna altra possibile destinazione per quello spazio se non quella che ha sempre avuto. Così ho chiesto a chi mi aveva proposto l’immobile se fosse possibile rilevare anche l’attività storica. Da lì è nata la decisione di proseguire e di non far chiudere definitivamente questa attività, che è un punto fondamentale nella vita della città di Napoli e dei napoletani”.
In che modo la riapertura di Pintauro potrà influenzare il turismo gastronomico, visto che Napoli è ormai una meta molto forte in questo settore?
“Io spero innanzitutto che tornino tanti curiosi e tanti clienti. Napoli è sempre più una meta gastronomica importante, ma a volte si assiste anche a un ripetersi di proposte che non sono sempre legate alla vera tradizione della gastronomia e della pasticceria partenopea. Spero quindi che Pintauro possa essere anche un piccolo monito, un invito a tornare a produrre prodotti tipici di alta qualità, legati alla nostra tradizione”.
In che modo la nuova gestione preserverà la tradizione artigianale del marchio Pintauro?
“Lo faremo cercando di preservarla in tutto e per tutto. Abbiamo ricercato e siamo riusciti a riassumere parte del personale storico, persone che ci hanno trasmesso la ricetta storica della sfogliatella. La produzione continuerà a essere fatta interamente nel laboratorio che si trova sotto il locale. Naturalmente stiamo rinnovando alcune attrezzature con macchinari moderni, ma l’obiettivo è restare il più possibile vicini alla tradizione di questo luogo e ai canoni della pasticceria napoletana”.
Che ruolo avrà il team storico in questa nuova fase?
“Avrà soprattutto un ruolo di consulenza. Si tratta di persone con molta esperienza ma anche con un’età ormai avanzata, quindi il loro contributo sarà prezioso soprattutto per la formazione dei nuovi pasticcieri e per trasmettere le tecniche e le conoscenze della tradizione”.
Quali elementi storici e architettonici del negozio sono stati recuperati o valorizzati nel progetto di riapertura?
“È rimasto tutto identico. I marmi del Settecento, il banco, le lampade, i quadri e gli specchi sono stati restaurati. L’unica parte che abbiamo dovuto sostituire è quella tecnica: i forni erano ormai obsoleti e sono stati cambiati. Anche le vetrine sono state ripensate, perché quelle presenti non rispecchiavano più la storicità del luogo. Con aziende specializzate abbiamo progettato nuove vetrine molto simili a quelle originali, ma dotate delle tecnologie moderne necessarie per la corretta conservazione dei prodotti”.
Ci saranno nuove proposte gastronomiche oppure resterete sulle specialità classiche?
“All’inizio resteremo fedeli alla tradizione. In futuro, però, abbiamo intenzione di avviare collaborazioni e partnership per creare nuove proposte gastronomiche all’interno di Pintauro. Del resto lo spirito del fondatore, Pasquale Pintauro, era proprio quello dell’innovazione: prese una ricetta conventuale e la trasformò rendendola replicabile su larga scala. Seguendo questo spirito cercheremo di proporre nuove idee e magari inventare qualcosa di nuovo”.
Da imprenditore, quanto è difficile fare impresa oggi, anche considerando il clima internazionale e le tensioni globali?
“Non nascondo che questo crea molta preoccupazione, soprattutto per attività come Pintauro che sono legate anche al flusso turistico. Si vive con apprensione, perché ogni giorno le notizie internazionali non sono sempre rassicuranti. Tuttavia il mondo va avanti e fermarsi non sarebbe possibile né utile. Nel mio caso, però, oltre all’aspetto imprenditoriale c’è anche un forte legame personale con la città. Da napoletano mi sarebbe dispiaciuto vedere un locale nato nel 1785 trasformarsi in un semplice punto vendita di una catena straniera o in un negozio di souvenir. C’è quindi anche un forte senso di appartenenza e di responsabilità verso Napoli e le sue tradizioni”.
Da imprenditore, come vede oggi la città di Napoli?
“La vedo in grande trasformazione, sia dal punto di vista fisico, lo si capisce anche dalla quantità di cantieri (ride, n.d.r.) e sia dal punto di vista culturale. Napoli è sempre stata una città aperta e accogliente, ma oggi forse lo fa con maggiore consapevolezza e determinazione”.
Cosa si augura per Napoli nei prossimi dieci anni?
“Spero che questo percorso di trasformazione, sia fisica sia culturale, continui e che Napoli riesca a imporsi sempre di più a livello internazionale, non solo in Italia ma anche in Europa”.
Come immagina il giorno della riapertura?
“In realtà non lo sto ancora immaginando, perché siamo completamente immersi nei lavori di restauro e nelle tempistiche molto strette. Non ho ancora avuto il tempo di focalizzarlo davvero. Spero solo di viverlo presto, perché significherà che questo periodo intenso di lavoro e di ansia sarà finalmente passato. Sento il peso della responsabilità.
Ho avuto diverse esperienze imprenditoriali nella mia vita, ma questa mi dà una sensazione diversa. C’è una responsabilità maggiore perché si tratta di un’eredità storica. Non possiamo sbagliare.
Stiamo facendo prove e controprove sulla sfogliatella e siamo molto attenti anche nel restauro, perché non vogliamo rovinare l’identità del luogo. Dal punto di vista imprenditoriale è sicuramente importante, ma dal punto di vista morale e nei confronti della città c’è una responsabilità ancora più grande”.
In famiglia come state vivendo questa attesa?
“C’è molta emozione. Mia moglie è originaria dei Quartieri Spagnoli e per lei Pintauro è un luogo legato all’infanzia, alle passeggiate con i nonni e con la famiglia. Quando le dissi che mi avevano proposto questa opportunità le si illuminarono gli occhi. I miei figli sono molto orgogliosi: il più grande vive e studia a Milano e, da quando si è trasferito prima negli Stati Uniti e poi a Milano, è diventato ancora più legato a Napoli. Napoli è così: spesso ti senti ancora più napoletano quando sei lontano”.
Qual è il suo ricordo personale legato a Pintauro?
“Il mio ricordo è legato alla famiglia. Noi avevamo delle attività commerciali in via Toledo, non nel settore della pasticceria. Ricordo che nel pomeriggio, quando iniziavano a sfornare le sfogliatelle, in quel tratto di strada si diffondeva un profumo irresistibile. Spesso andavamo a comprarle e le mangiavamo dietro al banco del negozio con mia madre. È questo il ricordo che porto più nel cuore”.














