NAPOLI – Dopo un decennio di sperimentazioni sul modello dei beni comuni urbani emergenti ad uso civico e collettivo, si apre una nuova fase con il Contratto istituzionale di sviluppo “Napoli – Centro storico”, il finanziamento di circa 90 milioni sottoscritto dagli enti locali, dai Ministeri interessati e dall’Agenzia nazionale INVITALIA.

 L’arrivo di questi finanziamenti è l’occasione per continuare e ravvivare un processo di innovazione sociale, caratterizzato da una gestione partecipata delle risorse, da  una governance condivisa e dalla co-progettazione degli interventi che saranno realizzati nei due beni comuni napoletani.

Il percorso, che parte dalle “Dichiarazioni d’uso civico e collettivo”, riconosciute quali forma di regolamentazione pubblica per l’effettivo esercizio del “diritto d’uso civico e collettivo”, ha l’obiettivo di garantire ulteriormente l’accessibilità, la fruibilità e l’inclusività dei due beni comuni e di favorire forme di governo per accrescere la capacità di auto-normazione delle comunità emergenti e “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

In particolare, si tratta di due tra i sette edifici indicati dalle Delibere di Giunta Comunale nn. 446/2016 e 258/2022 come spazi urbani di rilevanza civica riconosciuti dalla comunità locale e dall’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Gaetano Manfredi, quali “beni comuni ad uso civico e collettivo urbano”: Ex Opg – Je so pazzo, nell’ex ospedale psichiatrico giudiziario, già monastero di Sant’Eframo Nuovo, e Scugnizzo Liberato, tra le mura dell’ex carcere minorile G. Filangieri, già Convento delle Cappuccinelle.

Con questo investimento, la città beneficia di un avanzamento sostanziale del processo di restituzione integrale di questi immobili, a lungo negati dall’abbandono e dall’incuria, ai suoi abitanti, proseguendo e sperimentando un percorso virtuoso di decisionalità allargata, di carattere innovativo dal punto di vista istituzionale, democratico e dell’inclusione sociale.

Diversi i percorsi in capo ai due beni, che esprimono la ricchezza e diversità delle comunità che li abitano, attraverso la loro capacità di autodeterminazione e auto-normazione, attualizzando la destinazione del patrimonio comunale agli obiettivi di uguaglianza sostanziale e sviluppo della persona.

L’obiettivo è, infatti, valorizzare il bene architettonico nella sua duplice funzione di patrimonio monumentale e “contenitore di relazioni sociali e culturali”, da preservare e tramandare alle generazioni future, attraverso una concezione ecologica della valorizzazione che dialoga con la comunità e con la storia dei luoghi; un cammino che le comunità attraversano facendone una fondamentale tappa del percorso di creazione giuridica e politica, consolidando e rilanciando il legame con la città attraverso un processo di autoanalisi finalizzato al miglioramento e all’espansione dei meccanismi di esercizio del diritto d’uso civico e collettivo nei termini già esistenti, contenuti nelle rispettive Dichiarazioni d’Uso, nell’ottica di una gestione partecipativa delle risorse pubbliche.

In piena coerenza con questo contesto e con lo storico degli immobili, l’Amministrazione ha intrapreso un processo partecipativo, coordinato da La Scuola Open Source, che coinvolgerà le comunità dei beni comuni intese in senso allargato, comprensivo di persone, associazioni e altre organizzazioni del territorio, che si articolerà in una serie di appuntamenti pubblici.

L’incarico è stato conferito a una cooperativa di lavoro, i cui soci e socie sono a maggioranza under 35, con sede legale a Bari, che si impegna da tempo a interpretare le professionalità della partecipazione con attenzione alla produzione di immaginazione sociale, culturale e tecnologica fondandosi su principi come la co-progettazione, l’opera aperta, il learning by doing e la condivisione. Un soggetto terzo che si impegna a promuovere processi aperti e trasparenti, mettendo a disposizione le proprie competenze per contribuire al dialogo tra comunità ampie, eterogenee e complesse, ma anche al potenziamento del diritto d’uso civico e collettivo mediante l’introduzione di temi e strumenti nuovi di autoanalisi, design, outreach e gestione economica.

Il metodo scelto per la co-progettazione di linee guida per la rifunzionalizzazione degli spazi parte da: una mappatura dei bisogni soddisfatti e non ancora incontrati dai beni comuni; l’analisi degli spazi; la lettura critica dei modelli di governance; la verifica dell’accessibilità; lo studio delle pratiche di sostenibilità, per poi proporre strumenti per la valutazione della redditività civica e per il completamento del recupero del bene. Un importante e innovativo punto del progetto è il tipo di messa a frutto del patrimonio comunale, che punta a valorizzare esperienze capaci di essere sostenibili, secondo un’ampia ottica che tiene conto degli impatti sulle comunità che abitano i beni e sui territori circostanti. A esempio, una dimensione di valutazione è l’effetto che le attività del bene comune hanno sul rilancio dell’economia di prossimità, sulla generazione di redditività civica e innovazione sociale, sulla restituzione all’uso pubblico delle risorse investite nel tempo dalle casse comunali, sul risparmio di fondi pubblici, in un’ottica di economia civile.

In questo quadro tutte le realtà coinvolte si impegnano a far partecipare più soggettività possibili, singole o collettive, formali o informali, nella consapevolezza che tanto resta da fare per ricostruire relazioni e legami sociali,  fiducia nelle istituzioni, luoghi di ricostituzione di una società frammentata, attraverso la partecipazione civica e politica, la cooperazione, l’ascolto e la solidarietà sociale.

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