NAPOLI (di Federica Colucci)- La storia di Alice di Carroll diventa un percorso introspettivo, in bilico tra i rigidi dettami dei costumi sociali dell’Inghilterra vittoriana e l’insaziabile voglia di libertà della protagonista.

Quattro personaggi permettono al Demiurgo di portare in scena una rivisitazione di Alice in Wonderland (Alice Frammenti di Specchio) sicuramente destinata a incuriosire, a strappare qualche sorriso e qualche riflessione su chi siamo e chi vorremmo e potremmo essere. E, ad arricchire notevolmente questa pièce, la splendida location: la Galleria Borbonica di Napoli, un percorso intriso di storia e memoria (fu un rifugio bellico, oggi restituito ai visitatori) che ospita la scena alla fine di un lungo cunicolo, poco dopo aver superato una cisterna in corrispondenza con Palazzo Serra di Cassano.

La bellezza del luogo ben si presta ad ospitare questa riflessione, un viaggio scandito dall’ossessione del tempo che scorre inesorabile sulle fragilità e sulle paure umane, diventando nemico: guardando nel frammento di specchio, Alice vede la figura di un Bianconiglio diverso, pronto a tradirla dopo averla accompagnata verso la follia. Niente è più come prima, nel Paese delle Meraviglie: la protagonista è cresciuta e, questa volta, scopre nel Cappellaio Matto il custode di una folle verità.

Un tempo – quello dell’ introspezione – che sembra infinito ma è racchiuso in un attimo: la scena svela un’Alice non più piccola ma adulta deve rispondere alla richiesta di matrimonio di un lord che la affascina come un “merluzzo”. “Cosa è appropriato scegliere?” Si chiede la protagonista. Ed è questo il momento in cui si chiede se sia giusto cedere alle convenzioni sociali, crescere e appassire, o liberarsi per sempre da questi dettami al costo di sembrare svitata, ma felice nel Paese delle Meraviglie.

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